Roberta Bruzzone: "Io vittima di insulti sessisti. Donne spesso complici dei loro assassini"

La criminologa commenta per Tiscali gli ultimi casi di femminicidio e di padri che uccidono i figli. Ma parla anche dei casi di insulti sui social che hanno riguardato lei personalmente

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Dai figli che uccidono i genitori, ultimo il caso dell’omicidio di Enrico Boggian da parte del figlio 16enne, ai padri che si suicidano insieme alla prole, coi recentissimi esempi di Gabriele Sorrentino, che ha massacrato i due figli piccoli a colpi di martello prima di gettarsi in un dirupo, e quello del padre che si voleva suicidare in auto con una bombola di gas insieme al proprio bambino di 8 anni. Il piccolo è però riuscito a liberarsi e si è salvato. Una nota lieta in una casistica che, assieme agli ultimi femminicidi, parla delle mura domestiche come del luogo in cui è più probabile subire offesa. Dei delitti in famiglia e dei pericoli che possono arrivare dai social media, abbiamo parlato con Roberta Bruzzone, criminologa e psicologa forense.

Casi di suicidio allargato

“Di Gabriele Sorrentino ho parlato da poco proprio in una puntata di Porta porta, e le indagini hanno confermato le mie idee iniziali: quelle di un bugiardo seriale, un narcisista immaturo che di fronte all’inevitabile rovina dei suoi progetti ha scelto la strada peggiore: eliminare i due figli più piccoli e poi se stesso. Dal punto di visto aberrante dell’omicida, uccidere i figli rappresenta un atto di amore estremo, un modo per salvarli. Non a caso si parla di suicidio allargato: lui considerava i figli come un’estensione si sé e quindi a voluto portarseli via. Mentre fortunatamente non aveva lo stesso tipo di legame con la moglie e l’altra figlia che si sono così salvate”.

La spinta sarebbe quindi sottrarre i figli a un futuro terribile?
“Nei casi dei due padri sì. Non per niente c’è una legge non scritta in base alla quale si cerca di parlare il meno possibile degli episodi suicidari, perché purtroppo è dimostrato ampiamente che, per questo tipo di notizie, esiste un effetto emulativo. Un soggetto che ha già in sé questo tipo di proposito e che magari non ha mai avuto il coraggio di realizzarlo, se sente o legge che qualcun altro ci è riuscito, tende a sviluppare l’energia finale per poi passare all’atto. Quindi non mi stupisce che quando c’è un evento tipo quello di Trento, ce ne siano poi altri a cascata: è tipico di questa tipologia di delitti. Si muovono a grappoli, c’è un evento e poi altri tre o quattro a breve distanza”.

Passiamo ai femminicidi per i quali non sembra ci sia stagionalità vista la continuità degli eventi.
“Muore una donna ogni due giorni stabilmente da venti anni in Italia”.

L’ultimo è quello di Patrizia Formica, anche in questo caso l’omicida invoca il raptus di rabbia ma, visto che la donna è morta nel sonno, è difficile pensare un delitto d’impeto.
“Normalmente sono omicidi premeditati ed eseguiti lucidamente. Il raptus è una bella invenzione giudiziaria che è totalmente disattesa delle modalità con le quali questi omicidi vengono commessi: freddezza unita a una grande ferocia”.

Insomma la famiglia è spesso il luogo del pericolo: gli ultimi dati disponibili affermano che, mentre il numero degli assassinii generici è in calo, non lo sono invece i delitti fra congiunti entro le mura domestiche.

“In calo sono in particolare gli omicidi ascrivibili alla criminalità organizzata che rispetto agli anni ’80 sono quasi la metà. Quelli che sono stabilmente in crescita e che rappresentano la maggioranza degli omicidi che avvengono in Italia, sono quelli che riguardano la sfera delle relazioni: familiari, amicali o sentimentali. Insomma la maggior parte dei reati vengono commessi da persone che sono molto vicine alla vittima e di cui la vittima si fida”.

In genere le violenze in famiglia e nella coppia sono perpetrate dagli uomini. Raramente capita il contrario ma capita. Penso al caso di William Pezzullo e dei problemi che ha avuto e sta avendo ad ottenere giustizia scontando la difficoltà di una sorta di caso al contrario: un uomo sfregiato con l’acido da una donna.
“È vero, per quanto la stragrande maggioranza dei casi riguardi vittime di sesso femminile, è chiaro che non esiste un copyright di genere sulla malvagità. Ci sono persone profondamente disturbate, ma non in senso psichiatrico vero e proprio, disturbate nella relazione, quindi questo tipo di fatti può anche vedere vittime maschili. Consideri poi che in forte crescita c’è anche il fenomeno delle false accuse e nella quasi totalità le false accusatrici sono di sesso femminile. Sono casi in cui il tentativo è quello di ottenere un vantaggio. Noi li conosciamo bene ormai: sono dei cliché, si tratta di solito di donne che cercano in tutti i modi di ottenere un guadagno economico dalla fine della relazione. Se l’ex partner non acconsente alle richieste in genere di natura estorsiva, ecco che arrivano le denunce più improbabili”.

Donne dipendenti dai loro aguzzini

Parliamo del rapporto col social network. L’ultima vittima di femminicidio, fino alla sera prima di essere uccisa, ha pubblicato sul suo profilo Facebook immagini gioiose di coppia felice, poi si è addormentata ed è stata accoltellata dal suo compagno.
“Ma i problemi della coppia (l’omicida afferma di avere avuto la volontà di lasciare la donna mentre lei si opponeva all’abbandono, ndr) non sono sicuramente sorti nella notte. Troppo spesso le donne sono purtroppo le principali complici, mi passi il termine forte, del loro aggressore perché sono proprio le vittime che coprono il loro aguzzino, e lo fanno perché non riescono a separarsene. La problematica è sicuramente del maltrattatore, perché se deve usare la violenza per ottenere il controllo è evidente che una problematica ci sia. Ma non sottovalutiamo quelle che hanno le vittime: problematiche che costringono queste donne, ancor più della minaccia e della paura, a restare nella relazione. Alcune hanno il profilo della dipendente, un disturbo vero e proprio. Quindi piuttosto che attribuire al carnefice l’esatta dimensione dei fatti, continuano a raccontarsi una realtà che non è quella che stanno sperimentando. La mascherano a tutti i livelli e continuano ad autoingannarsi disposte a cambiare se stesse in modo irrimediabile pur di salvare il rapporto con un uomo che le odia e non fa mistero di questo odio”.

Si tratta di psicopatologie complementari.
“Purtroppo sì e questo tipo di coppie è particolarmente difficile da sgretolare. È difficilissimo salvare queste donne perché sono le peggiori nemiche di se stesse in quanto non sono disposte a rinunciare a quel legame. Sono pochissime quelle che lo fanno in modo consapevole. La stragrande maggioranza resta in questo tipo di relazione, che in genere non si determina poi in un omicidio, nella falsa convinzione di riuscire a cambiare quest’uomo per renderlo la persona amabile che loro hanno in mente. Solo che quest’uomo amabile non esiste e non è mai esistito”.

Tornando ai social, lei è stata vittima di insulti sessisti postati sul suo profilo Facebook. Proprio lei che ha scritto un libro sull’argomento: Il lato oscuro dei social media.
“Purtroppo gli insulti sessisiti su Facebook non sono certo una novità per me. Io sporgo regolarmente querela verso chi mi rivolge offese di questo genere. Ma di recente ho voluto rendere pubblico un caso perché ad offendermi in maniera ignobile è stato un medico. Ecco, quando le invettive arrivano da professionisti come medici e avvocati non lascio correre. Ho denunciato, ed è sotto processo, anche l’avvocato di Massimo Bossetti perché due anni fa, dopo una trasmissione televisiva in cui ho commentato la vicenda investigativa dal punto di vista del Dna, lui, che non era presente, poi fece un post pubblico sulla sua bacheca, con una mia foto, in cui scrisse che con certa gente gli veniva voglia di usare una P38. Ora è sotto processo per diffamazione aggravata. Quando ci sono professionisti che rappresentano categorie e lavori delicati come gli avvocati e i medici, procedo in maniera molto netta. La gente deve stare attenta a quello che dice e fa sui social media, non siamo al bar sotto casa”.