Uccise il compagno con una katana: condannata a 12 anni perché non voleva

Per la Corte di Milano non fu omicidio volontario ma preterintenzionale: la donna lanciò la spada giapponese senza intenzione di uccidere

Valentina Aguzzi al processo (Ansa)
Valentina Aguzzi al processo (Ansa)
Redazione Tiscali

Non voleva ucciderlo, ma quando, in un momento di rabbia, ha lanciato contro il compagno una katana, ha commesso l’irreparabile: quella lama gli ha reciso l'arteria femorale, facendolo morire dissanguato. E' stata condannata a 12 anni di carcere non per omicidio volontario ma per omicidio preterintenzionale Valentina Aguzzi, imputata davanti alla Corte d'Assise di Milano per la morte del fidanzato Mauro Sorboli, avvenuta nel marzo scorso nel capoluogo lombardo.

Senza volontà omicida

I giudici, accogliendo la richiesta del difensore, hanno stabilito che non c'è stata volontà di uccidere. Infatti, come ha anche ricostruito il pm Sara Arduini, titolare delle indagini, dopo l'ennesimo litigio, la 44enne ha prima afferrato la spada giapponese che si trovava sopra un mobile nel loro appartamento minacciando di uccidersi e poi l'ha lanciata contro il fidanzato, che si trovava disteso sul letto. L'imputata non pensava, questa è la tesi, che si sarebbe conficcata nella gamba dell'uomo fino a 18 centimetri di profondità, provocandogli un’emorragia che in meno di quindici minuti gli è stata fatale.

“Abbiamo litigato ma lui non reagiva”

"Non volevo fargli del male, gli ho detto che non ce la facevo più e che mi sarei uccisa io. Ma lui non ha avuto nessuna reazione e allora gli ho lanciato addosso il coltello", ha spiegato la donna nell'interrogatorio davanti ai giudici. "Abbiamo litigato perché volevo che andassimo via da quella casa insieme - ha spiegato ancora -. Ma lui era sdraiato a letto e non aveva nessuna reazione, mi diceva di non rompere e di tornare a letto". La donna ha raccontato di avere lanciato contro il quarantenne, che aveva precedenti per spaccio di stupefacenti, la lama di 30 centimetri che si trovava sul comodino della loro abitazione. "L'ho tirata come se avessi in mano un righello - ha detto - o un qualsiasi altro oggetto". Accortasi che il compagno era ferito, Aguzzi ha raccontato di avergli stretto "un asciugamano intorno alla gamba" e di avere chiamato i soccorsi. "Non credevo che sarebbe morto - ha raccontato - ho pensato che si potesse salvare".

Precedenti violenze

Rispondendo a una domanda della Corte, che le ha chiesto se l'uomo l'avesse mai picchiata, la 44enne ha detto: "Capitava, ma raramente, quando lui era nervoso perché soffriva o era molto stressato. Una volta si è bruciato con una pentola e dato che non mi alzavo dal letto, si è avvicinato e mi ha dato un calcio".

Soccorsi inutili

Da qui i 14 anni di carcere chiesti dal pm che ha ritenuto plausibile la versione raccontata dalla Aguzzi: una volta resasi conto che il compagno stava perdendo moltissimo sangue ed era in pericolo di vita, ha chiamato i soccorsi. "Non immaginava che Sorboli sarebbe morto - ha sottolineato il pubblico ministero - ma era accecata dalla rabbia e ha accettato le conseguenze di quel gesto, salvo pentirsene subito dopo". Una dinamica confermata - ha ricostruito l'accusa - dalla telefonata fatta ai soccorritori subito dopo aver visto che il fidanzato era in un lago di sangue. "Era in stato di agitazione quando ha chiamato - ha sottolineato Arduini - ed era sincera quando ha detto di avere lanciato il coltello".
La Corte ha anche stabilito la sospensione della potestà genitoriale della donna, madre di due figli (di cui uno minorenne) avuti da un precedente matrimonio. Una volta espiata la condanna a 12 anni, dovrà scontare anche la libertà vigilata per tre anni.