Valeria Franchi: "La sclerosi multipla mi ha impedito di esserci ma ho vinto lo stesso"

Pubblichiamo il breve racconto con cui l'artista cagliaritana, che da quasi 30 anni combatte contro la malattia, è arrivata in finale al Premio Santoro: "Ho imparato che nell’attimo in cui dici "è per sempre", finisce tutto"

Valeria Franchi: 'La sclerosi multipla mi ha impedito di esserci ma ho vinto lo stesso'
di Valeria Franchi

Oggi sarei dovuta andare a Roma in Campidoglio per presenziare come finalista al Concorso per il “Premio Nobildonna Maria Santoro” (dedicato a tematiche come il dialogo interculturale, la solidarietà e il sostegno a emarginati, disabili, migranti, ndr) sapendo che in ogni caso la vittoria non sarebbe stata mia. Purtroppo non sto bene per l’astenia e la debolezza che mi causa la sclerosi multipla, con la quale convivo da quasi 30 anni, quindi non riesco ad non andare. Ma dovete sapere CHE IO HO VINTO LO STESSO e vi voglio raccontare il motivo: dopo aver pubblicato su Facebook questa bella notizia, ho ricevuto numerosissime manifestazioni di affetto e vera amicizia: in tanti si sono offerti di accompagnarmi; qualcuno ha subito pensato di prendersi cura del mio bambino, Gabriel; Debora, un’amica apparsa nella mia vita da poco che io chiamo il mio angelo con la Louis Vuitton, siu è offerta di accompagnarlo nelle sue attività sportive; la mia amica Patrizia Camba voleva onorarmi di un suo abito da indossare il giorno della premiazione, mia cognata Ana Sias, che fa il medico, avrebbe lasciato il suo lavoro per starmi vicina.

Ma ho vinto anche perché alla sclerosi multipla non mi sono mai voluta arrendere. L’ho combattuta con le medicine, gli integratori, le cure, a volte molto pesanti e fastidiose, che mio malgrado ho dovuto fare. Ma soprattutto con la ricerca indomita del bello e della bellezza, i mei veri e grandi alleati, quando dipingo un quadro, quando creo una fantasia in un tessuto, quando riesco a fermare un’immagine con la mia macchina fotografica, quando sono capace di dare vita a un’installazione e una mostra che raccontino i temi che mi stanno più a cuore, il dialogo, lo scambio tra le culture e la forza di affermare se stessi. Contro ogni pregiudizio e contro ogni forma di pelosa compassione.

Che dire? Grazie e, come vi dico sempre, ogni mia vittoria è vostra, amici. Solo, una piccola precisazione: i miei racconti brevi sono lettere che scrivo a Valeria, quella ragazza ormai donna, sperando che li legga nei momenti in cui ha bisogno di ricordare che la vita è un dono meraviglioso da proteggere. Ecco il breve racconto con il quale sono arrivata in finale:

Se vuoi far ridere Dio

Io sapevo esattamente dove andare, nella mia immane presunzione ho sempre saputo dove sarei andata. Un tale un giorno disse: “Se vuoi far ridere il buon Dio fai programmi”. Sicuramente grazie a me Lui ha riso e ride tanto.Ho imparato, adesso ho imparato che due più due non fa quattro, che la malattia può entrare nella vita delle persone in qualsiasi momento senza chiedere il permesso, che nell’attimo in cui dici "è per sempre", finisce tutto, che quando decidi di colorare il mondo scopri che in fondo anche il bianco e il nero hanno un senso.

Quel giorno io dovevo andare a Sharm El Sheik per leccarmi le ferite di un’adolescenza trascorsa in un matrimonio di convenienza in cui per l’ennesima volta un uomo si era impossessato della mia libertà, ma qualcuno o qualcosa aveva fatto cambiare direzione agli eventi e nello shock di vivere un rapimento in terra straniera in mezzo al deserto sei apparso tu e subito la mia anima ha riconosciuto la tua.

Diversi e complementari, probabilmente erano vite che ci stavamo cercando ma non riuscivamo a incontrarci. Tu che non hai mai accettato le rigide regole del tuo Paese, l'Egitto, io che ho sempre sognato di vivere in qualsiasi posto che non fosse casa mia. A volte sono contenta che la matematica sia un’opinione e che l’amore quello vero ti regala un figlio anche quando l’età e la malattia velate di invidiosa e brutale prudenza ti consigliano di non farlo.

Avevamo un sogno, quello di viaggiare. Per il momento lo teniamo nello zainetto di Gabriel cresciuto fra parole in inglese, arabo e italiano che ci ricorda tutti i giorni la futilità del prendere un aereo per girare il mondo ma ci invita ad ascoltare in profondità le nostre voci dai suoni così diversi e così complementari.

Testo raccolto da Cinzia Marongiu