«Il capo abusava di me e poi si stupiva: “Come, non ti senti lusingata?”»

La vicenda di Lara Rosai, impiegata che dopo gli abusi subiti e uno disturbo da stress, ha portato il suo capo a processo

Lara Rosai in una foto tratta dal 'Corriere della Sera'
Lara Rosai in una foto tratta dal "Corriere della Sera"
TiscaliNews

Quando leggi le statistiche con i numeri, impressionanti, delle donne molestate non ci pensi che dietro quelle cifre ci siano facce, storie e persone concrete. Per questo oggi, alla vigilia della Giornata internazionale della donna, raccontiamo la storia di Lara Rosai: una donna che, per non perdere il lavoro ha sopportato le attenzioni del più subdolo molestatore. Quello che approfitta dello stato di bisogno, della necessità di lavorare. Perché, a parole, è facile dire: se uno ti molesta te ne vai. Perché se davvero te ne vai e perdi l’impiego, diventi ancora più debole e ricattabile in una società dove la disoccupazione fa vittime in modo indiscriminato.

Per non perdere il lavoro

Come racconta Il Corriere della Sera, tutto è cominciato con una frase: «Ieri sera ero a casa che facevo l’amore con mia moglie e ho pensato a te». Così il suo superiore ha dato il via a quello che diventato per Lara un incubo di abusi arrivato fino alla violenza fisica. «Quando mi ha detto quella prima frase ho pensato: “Devo cercarmi un altro lavoro”. Ma il lavoro non lo trovavo anche se consegnavo curricula come se fossero volantini. E a un certo punto finisci quasi per assuefarti, lo prendi come una cosa normale, speri solo che prima o poi smetta».

La denuncia

Ma a 45 anni non è mica facile e infatti Lara ora fa parte di quel 1 milione e 404 mila italiane (poco medo di una lavoratrice su dieci) che hanno dovuto subire molestie o ricatti sessuali sul posto di lavoro. Lara però, a differenza della quasi totalità delle vittime, ha denunciato sia il molestatore sia l’azienda che gli ha permesso di compiere le sue molestie.

Le richieste sessuali

«Le proposte sessuali sono partite nel 2009 – ricorda – quando lavoravo lì già da tre anni come impiegata amministrativa. Fin dall’inizio aveva con me un atteggiamento impositivo, pretendeva che facessi cose che non c’entravano niente con il mio lavoro, come accompagnare fuori il suo cane o lavargli gli occhiali. Poi è passato alle richieste di sesso». Responsabile locale di una ditta di sverniciature con sede in un’altra regione e della quale Lara era l’unica dipendente donna a Firenze, l’uomo non si dà per vinto di fronte al rifiuto di lei: «Quella prima volta gli dissi che non mi interessavano i suoi pensieri e lui si stupì: “Come, non ti senti lusingata?”. Qualche minuto dopo aggiunse: “Mi piacerebbe che tu diventassi la mia amante”».

Il malessere diventa anche fisico

E da lì i commenti diventano sempre più triviali: «Almeno una volta dammela», «Non la tenere sotto sale», «Ce l’hai murata con il cemento». Fino alle molestie fisiche vere e proprie. « È passato dalle parole ai fatti: se mi giravo fischiava e mi metteva un dito tra le natiche. “Scherzo” si giustificava. Una volta mi sono chinata a prendere dei faldoni e me lo sono trovato davanti alla faccia che mimava un atto sessuale». A quel punto Lara prova a parlarne con i colleghi che fuori: «Raccontavo qualcosa ma non tutto, avevo paura che non mi credessero». Intanto inizia a somatizzare e i primi malesseri diventano preoccupanti. Il culmine è arrivato con un vero assalto per avere «finalmente» un bacio: «Mi ha spinto così forte contro il muro da rompere la pinza che avevo in testa e me lo ha dato a forza. “Vedi che alla fine ti ho baciato?” ha detto dopo». Lara sopporta per qualche settimana, poi crolla: «Mi sono svegliata una mattina con un formicolio in tutto il corpo, le orecchie che fischiavano e la tachicardia».

Il licenziamento e il processo

A quel punto, accompagnata dal padre, va al sindacato, la Cgil, che le affianca subito un’avvocata. E lei, prima di tutto, la fa visitare. Così le viene diagnosticato un disturbo da stress collegato al lavoro e i medici— a insaputa di Lara e della sua avvocata — presentano un esposto alla magistratura per violazione delle norme sulla sicurezza del lavoro perché l’azienda, non proteggendola dagli abusi, non aveva sufficientemente tutelato la sua salute. La vittima e la sua legale mandano invece una lettera al titolare della ditta per segnalare le molestie. «La loro reazione è stata licenziarmi, senza parlare con noi» racconta Lara. Ovviamente il licenziamento è stato impugnato ed è nato il processo in sede civile. Nel 2012 il giudice del lavoro le ha dato ragione e ha condannato il suo datore di lavoro a pagare circa 70 mila euro, sentenza confermata poi in appello. L’estate scorsa si è concluso il secondo procedimento, penale questa volta, e il molestatore è stato condannato a 2 anni e 8 mesi per violenza sessuale attenuata. «La mia soddisfazione più grande è stato vederlo in aula, senza parole e viola in volto», racconta Lara alla fine del suo incubo.