[La polemica] Licenziate il funzionario arrabbiato per l'amore tra la Barra e Santamaria. L'ignoranza social del signor nessuno fa male

La legge dice che gli insulti e la diffamazione si pagano. La legge dice anche che se certe azioni sono realizzate attraverso il web, tutto acquista un peso e una gravità molto maggiori

La scrittrice Francesca Barra e l’attore Claudio Santamaria (Ansa)
La scrittrice Francesca Barra e l’attore Claudio Santamaria (Ansa)
di Luigi Carletti

Non so che cosa succederà al signor Domenico “Mimmo” Leccese, il funzionario della Regione Basilicata che nei giorni scorsi si è segnalato per i suoi post su Facebook all’indirizzo di Francesca Barra, la scrittrice presa di mira (con i tre figli piccoli) per la relazione con l’attore Claudio Santamaria. Personalmente mi auguro che le denunce di Santamaria e della Barra vadano avanti seguendo il percorso che devono seguire, ma detto questo mi voglio soffermare sul tema che questa vicenda riporta in superficie, ovviamente con il clamore dovuto alla notorietà delle vittime di questo ennesimo uso scriteriato dei social network.

Il web usato come una clava

 Qualche settimana fa scrissi un’analisi sull’ignoranza e la mancanza di consapevolezza in cui purtroppo annaspano molti degli utilizzatori dei social. Inutile ripetersi sul perché questo avvenga e sul fatto che tutti coloro i quali usano il web come una clava evidentemente non sanno che possono essere rintracciati e perseguiti. La legge dice che gli insulti e la diffamazione si pagano. La legge dice anche (recente sentenza della Cassazione) che se certe azioni sono realizzate attraverso il web, tutto acquista un peso e una gravità molto maggiori.

Una goliardata

Ma oggi mi interessa invece soffermarmi sulle reazioni dell’ecosistema relazionale che ruota intorno al signor Leccese. Perché il funzionario della Regione Basilicata che con totale sprezzo del ridicolo ha scritto i suoi post su Facebook, ha un posto (pagato da noi contribuenti) in un ente pubblico, avrà probabilmente una rete familiare, di colleghi e di conoscenti, e – dettaglio non banale in questa vicenda – ha ben 4963 “amici” sulla sua pagina Facebook. Vogliamo ipotizzare che adesso perderà qualcuno di questi “amici”? Vogliamo sperare che una parte dei suoi amici si vergognerà un tantino di essere sul suo profilo e provvederà rapidamente a cancellarsi? Secondo me non andrà così. Io credo invece che gli amici aumenteranno. Perché il “sentiment” generale è quello di sostenere che in fondo il buon “Mimmo” ha fatto una goliardata, non ha mica incitato alla guerra, alla violenza o al terrorismo. E dopotutto quei due – Barra e Santamaria – sono personaggi pubblici, quindi saranno abituati a questo tipo di tiro al bersaglio. Loro e pure i tre bambini che sono finiti nei post del nostro malizioso eroe.
E nessuno che si chieda: ma se le stesse cose le avesse scritte di me e dei miei cari, reagirei con lo stesso fair play?

Insulti e basse insinuazioni

Il signor Leccese deve avere anche un buon rapporto con i media locali. La Gazzetta del Mezzogiorno, occupandosi della sua brillante performance, sottolinea infatti come egli abbia sì scritto quei post, ma poco dopo le ore 16, quando era fuori dall’ufficio della Regione. E con invidiabile noncuranza, lo stesso articolo del quotidiano locale aggiunge: “Successivamente, Leccese ha scritto alcuni commenti al suo stesso post in cui ipotizzava una relazione fra Barra e Santamaria e la somiglianza dell’ultimo figlio della giornalista all’attore. Replicando alla dura reazione di Francesca Barra al post e ai commenti successivi, Leccese propose anche il test del Dna per accertare con esattezza la paternità del neonato”.
Della serie: vabbè, ma che volete che sia: è sempre la stessa cosa, pura goliardia. Poi ampio spazio alle dichiarazioni dello stesso Leccese che a un certo punto si chiede: “Sarò libero di scrivere quello che voglio quando non sono in orario di ufficio?”.

I leoni da tastiera

E qui siamo arrivati al punto nevralgico. Quello che Leccese evidentemente non capisce (o finge di non capire) è che se “quello che gli va di scrivere” lede la sfera personale di altre persone, lui non lo può fare e se lo fa ne paga le conseguenze. Questo vale per lui e per tutti gli altri “haters” o “leoni da tastiera” che passano le loro tristi giornate a macinare insulti e offese sul web. Possono firmarsi con un nickname o con uno pseudonimo che cambiano continuamente, ma questo non li salverà da un’eventuale indagine e dalla denuncia all’autorità giudiziaria. Che poi – nel caso specifico – la Regione Basilicata abbia avviato un’inchiesta interna per accertare se il dipendente Leccese abbia scritto quei post in orario di ufficio e con strumenti dell’azienda, posso dirlo?, questo è davvero l’ultimo dei problemi e la più grande delle ipocrisie.

Serve un provvedimento esemplare

Il problema vero è che la Regione Basilicata paga un funzionario (con soldi pubblici) che impiega i suoi neuroni per esprimere pubblicamente certi concetti. Un ignorante pericoloso perché – inconsapevolmente – fa del male agli altri.
Un provvedimento esemplare – in questo concordo con l’appello di Santamaria – servirebbe non tanto a Leccese e al suo ambiente refrattario alla percezione dell’accaduto (non credo che capiranno mai per intero il danno procurato) ma sarebbe piuttosto un fatto di cultura generale, perché i tanti, troppi Leccese che ci sono in giro acquistino consapevolezza sul fatto che il web non è il “selvaggio web”, ma un luogo dove valgono vieppiù leggi e regole del mondo reale. Che vi piaccia o meno.