Per le donne la crisi vale doppio: sono loro tappare i buchi dello Stato sociale

Se bisogna fare sacrifici sarà inevitabilmente la “mater familias" a risolvere il problema, che mai s’è visto un papà fare questo,

Per le donne la crisi vale doppio: sono loro tappare i buchi dello Stato sociale

A conti fatti, quando c’è crisi economica, a forza di tirarla un po’ da tutte le parti ‘sta coperta, alla fine resta sempre fuori qualcosina. E sono quasi sempre le donne a metterci una pezza. L’accudimento, si sa, è da sempre prerogativa del genere femminile, ma se bisogna rinunciare a baby sitter, asili nido o addirittura al proprio lavoro “ perché altrimenti non saprei proprio dove metterli i bambini”, sarà inevitabilmente la “mater familias" a risolvere il problema, che mai s’è visto un papà fare questo.

L’esistenza mi ha portato, tanto tempo fa e per motivi diversi, ad essere una madre stremata e oggi mi tengo dentro quegli stati d’animo d’insofferenza verso i miei bambini ormai adulti, momenti irripetibili e immodificabili, come i più grandi rimpianti della mia vita. Questo per dire che non è solo un surplus di fatica che penalizza le donne, spesso porta via ben altro, quando viene loro richiesto di riempire gli spazi lasciati vuoti dalle politiche sociali, che poi non si capisce bene perché appartengono sempre a quella parte della coperta che la politica penalizza.

Tornando quindi al discorso: “Crisi uguale per le donne vale doppio”, trovo che possa essere tranquillamente applicato anche quando in una famiglia ci si trova alle prese con un ammalato cronico o con la sempre più frequente gestione, data l’innalzarsi dell’età, di uno o più anziani ( coabitanti o meno) lasciati comunque quasi sempre sulle nostre spalle di noi, altra metà del cielo.

La tenerezza infinita che personalmente provo verso chi ha ormai alle spalle la maggior parte delle propria vita mi spinge a dire che queste persone non dovrebbero dipendere dalla supplenza delle donne che si prendono cura di loro. Essi dovrebbero essere accompagnati, nella solitudine, nella malattia, nelle forze che vengono meno, con la dignità e il decoro di cui ha diritto ogni essere umano alla fine della propria esistenza terrena, in una società civile, che, se non opera così verso i propri anziani, tale non può dirsi. E invece, so per esperienza, di vecchi accuditi solo da figlie, ambulatori stipati, tutte lì, in coda per la ricetta dell’anziano, la spesa fatta e portata a casa del genitore, di brandine di ospedale dove ci si stende vestite accanto al malato, la notte.

Lo ripeto ancora una volta, non è giusto che siano le donne a farsi il carico delle inadeguatezze della società, ma attenzione vorrei essere chiara: io non sto parlando di compassione. La compassione, la cura la tenerezza, la generosità e l’accudimento sono caratteristiche imprescindibili dell’animo femminile che appartengono al nostro dna e sono convinta che continueranno ad esprimersi e a distribuire benessere anche in un’ipotetica società dal welfare perfetto, quando le donne, finalmente non più spalle al muro, potranno liberamente elargire solo la migliore parte di sé, non certamente rinunciando alla cura degli altri, ma conciliandola, forse, anche con la cura di loro stesse.

Daria Colombo è autrice di “Alla nostra età, con la nostra bellezza” (Rizzoli)

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