"Se sei immaturo comprati un peluche, giù le mani dalle donne"

Nel caso dell’assoluzione del capoufficio che ha palpeggiato le colleghe, l’alibi dell’immaturità sarebbe comico se non fosse tragico

'Se sei immaturo comprati un peluche, giù le mani dalle donne'

Devo ammettere che davanti a certe sentenze anche una come me, convinta sostenitrice dell’autonomia della magistratura, la quale non andrebbe influenzata neppure attraverso il commento delle sentenze stesse, barcolla. La seconda sezione del tribunale di Palermo, infatti, ha assolto tale Domenico Lipari dall’accusa di aver molestato due sue impiegate: alla prima ha dato (n. b: ha dato, non avrebbe dato) una pacca (ma lieve), sul sedere, alla seconda, ha toccato (e non avrebbe toccato) col dito il bottoncino della camicetta all’altezza del seno, sfiorandole in un’altra circostanza, la zona genitale.

Le azioni contestate infatti, non sono in discussione, essendo state le due accusatrici, ritenute pienamente attendibili dal tribunale stesso. Se proprio dobbiamo essere pignoli, esiste pure a carico della Lipari un’altra accusa precedente dello stesso tenore, benché archiviata. Inoltre la sentenza ha anche valutato che il comportamento del capufficio “era oggettivamente dettato da un immaturo e inopportuno atteggiamento di scherzo, frammisto ad una larvata forma di prevaricazione e ad una, sia pur scorretta, modalità d’impostazione dei rapporti gerarchici”, ma proprio per questo l’ha assolto.

Come cittadina e come donna questa contraddizione a me risulta abnorme. Come dire che anche se il capo palpeggia la collega non è detto che sia molestia, magari è un po’ immaturo, ma il reato non c’è, diciamo che si è trattato di un gioco. Ammesso e non concesso che anche fosse vero l’alibi del “gioco”, basterebbe il disagio, l’offesa, di chi subisce uno scherzo indesiderato, soprattutto se vissuto su un piano non paritario, come in questo caso, per attribuirgli un alone di violenza.

L’alibi dell’immaturità se non fosse tragico sarebbe comico: se sei immaturo vai dalla mamma o comprati un peluche, ma lascia giù le mani dalle donne, specialmente quelle che in stato di situazione psicologica inferiore, per svariati motivi, non ti possono rispondere stampandoti cinque dita sulla faccia. Nella decisione, la seconda sezione del tribunale ritiene anche che questi gesti non procurarono appagamento sessuale a Lipari e non limitarono la libertà sessuale delle due donne.

E io peggio mi sento. E chi lo dice che date le simpatiche attitudini di quel mattacchione del capo, Alessia Turrisi e Maria Rosa Fricano si sentissero poi del tutto libere nel vestire e nel muoversi sul posto di lavoro?

E se pur non avendone goduto sessualmente, il capo avesse appagato, attraverso quei gesti, il proprio egocentrismo maschile, di evidente stampo sessista (che altrimenti “scherzava” con i subalterni maschi), non sarebbe comunque una forma di violenza? E poi, da dove cominciamo a catalogarla questa violenza? Mano tutta aperta sulla tetta “ no”, dito sul bottoncino “si”?

Stupisce che i giudici non abbiano considerato che proprio passar sopra alle varie forme di violenza psicologica che ogni giorno migliaia di impiegate, ma anche di mogli e di donne in assoluto, sono costrette a subire in una società dove la parità di genere è ben lungi dall’essere raggiunta, possa essere non solo deprecabile di per sé (perché la violenza psicologica è essa stessa violenza e può essere terribile), ma che ciò aiuti anche a cementare, mattoncino, dopo mattoncino, il muro contro cui va a sbattere la dignità della donna nel nostro paese. Fino allo stupro, fino al femminicidio.

 

La scrittrice Daria Colombo nel suo ultimo romanzo “Alla nostra età, con la nostra bellezza” (Rizzoli) esplora l’universo femminile e racconta la forza e il coraggio delle donne.

Devo ammettere che davanti a certe sentenze anche una come me, convinta sostenitrice dell’autonomia della magistratura, la quale non andrebbe influenzata neppure attraverso il commento delle sentenze stesse, barcolla. La seconda sezione del tribunale di Palermo, infatti, ha assolto tale Domenico Lipari dall’accusa di aver molestato due sue impiegate: alla prima ha dato (n. b: ha dato, non avrebbe dato) una pacca (ma lieve), sul sedere, alla seconda, ha toccato (e non avrebbe toccato) col dito il bottoncino della camicetta all’altezza del seno, sfiorandole in un’altra circostanza, la zona genitale.

Le azioni contestate infatti, non sono in discussione, essendo state le due accusatrici, ritenute pienamente attendibili dal tribunale stesso. Se proprio dobbiamo essere pignoli, esiste pure a carico della Lipari un’altra accusa precedente dello stesso tenore, benché archiviata. Inoltre la sentenza ha anche valutato che il comportamento del capufficio “era oggettivamente dettato da un immaturo e inopportuno atteggiamento di scherzo, frammisto ad una larvata forma di prevaricazione e ad una, sia pur scorretta, modalità d’impostazione dei rapporti gerarchici”, ma proprio per questo l’ha assolto.

Come cittadina e come donna questa contraddizione a me risulta abnorme. Come dire che anche se il capo palpeggia la collega non è detto che sia molestia, magari è un po’ immaturo, ma il reato non c’è, diciamo che si è trattato di un gioco. Ammesso e non concesso che anche fosse vero l’alibi del “gioco”, basterebbe il disagio, l’offesa, di chi subisce uno scherzo indesiderato, soprattutto se vissuto su un piano non paritario, come in questo caso, per attribuirgli un alone di violenza.

L’alibi dell’immaturità se non fosse tragico sarebbe comico: se sei immaturo vai dalla mamma o comprati un peluche, ma lascia giù le mani dalle donne, specialmente quelle che in stato di situazione psicologica inferiore, per svariati motivi, non ti possono rispondere stampandoti cinque dita sulla faccia. Nella decisione, la seconda sezione del tribunale ritiene anche che questi gesti non procurarono appagamento sessuale a Lipari e non limitarono la libertà sessuale delle due donne.

E io peggio mi sento. E chi lo dice che date le simpatiche attitudini di quel mattacchione del capo, Alessia Turrisi e Maria Rosa Fricano si sentissero poi del tutto libere nel vestire e nel muoversi sul posto di lavoro?

E se pur non avendone goduto sessualmente, il capo avesse appagato, attraverso quei gesti, il proprio egocentrismo maschile, di evidente stampo sessista (che altrimenti “scherzava” con i subalterni maschi), non sarebbe comunque una forma di violenza? E poi, da dove cominciamo a catalogarla questa violenza? Mano tutta aperta sulla tetta “ no”, dito sul bottoncino “si”?

Stupisce che i giudici non abbiano considerato che proprio passar sopra alle varie forme di violenza psicologica che ogni giorno migliaia di impiegate, ma anche di mogli e di donne in assoluto, sono costrette a subire in una società dove la parità di genere è ben lungi dall’essere raggiunta, possa essere non solo deprecabile di per sé (perché la violenza psicologica è essa stessa violenza e può essere terribile), ma che ciò aiuti anche a cementare, mattoncino, dopo mattoncino, il muro contro cui va a sbattere la dignità della donna nel nostro paese. Fino allo stupro, fino al femminicidio.

 

La scrittrice Daria Colombo nel suo ultimo romanzo “Alla nostra età, con la nostra bellezza” (Rizzoli) esplora l’universo femminile e racconta la forza e il coraggio delle donne.

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