La bambina, l'orco cattivo e un Paese che deve ancora imparare il rispetto delle donne

La scrittrice commenta il dramma della ragazzina stuprata per tre anni dal branco dinnanzi all'immobilismo di una comunità ancora fortemente maschilista

La bambina, l'orco cattivo e un Paese che deve ancora imparare il rispetto delle donne
La scrittrice Daria Colombo

Come nelle favole con l’orco cattivo. Una bambina segue un pifferaio dagli occhi dolci che soggiogandola, la consegna tra le fauci del mostro costringendola a diventare il giocattolo sessuale con cui più volte alla settimana si “ trastullava” una banda di amici, in gruppo. Tre anni è durato l’orrore per la bambina, prima che alcune segnalazioni anonime ponessero fine all’abominio di questo stupro continuato nel tempo da parte di un gruppo, ma forse parola più adatta è “branco”, di otto maschi nei confronti di una ragazzina di tredici anni.

"Mi veniva da piangere, mi sentivo una merda" racconta la vittima, perché è proprio cosi che avviene. Quasi sempre, soffocate dal degrado della sopraffazione, sono le vittime a vivere i fatti con un senso di colpa che molto spesso rovinerà loro l’esistenza per sempre. E anche qui, in Calabria dove "questi abusi hanno trovato il terreno fertile dell’omertà che regna sovrana e dove la sopraffazione è l’unico metodo conosciuto" come ha detto il procuratore capo di Reggio Calabria, dove la disumanità di tanti che "non vedo, non sento, non parlo" erano insieme agli otto del branco a consentire che l’orrore avvenisse.  

E’ così che la vergogna di quelli finiti in manette (tra loro il figlio di un boss della 'ndrangheta) o solo denunciati per violenza di gruppo aggravata, atti sessuali con minori, lesioni e quant’altro, sporca, di fatto, un’intera comunità, per lo più permeata nella coscienza collettiva dell’idea di predominio maschile sulla donna. E a vergogna si aggiunge vergogna, in occasione della fiaccolata voluta da un’eroica associazione, che di coraggio da quelle parti ce ne vuole. Una manifestazione di solidarietà in onore della bambina, per dirle che no, non è lei la merda, ma anche che neppure il mondo è tutto merda che può tornare a guardare avanti con fiducia che c’è anche gente buona, che sta dalla sua parte... beh tutto questo, risulta un flop. Buia, silenziosa quasi clandestina, solo 400 persone per una zona di oltre cinquecentomila… Un padre ancora una volta offeso, ferito, ma che se l’aspettava…" Se potessi, se non fosse per il lavoro, vorrei portare mia figlia lontano da qui …" dice sconsolato, piegato, vinto.  E in quel "lontano da qui" c’è la disperazione di essere costretti a vivere nella pochezza culturale di una mentalità arretrata, becera, maschilista, che magari, sotto sotto, mormora che forse se l’è pure cercata.  Una mentalità che potremo cambiare solo con tanto, tanto tempo, a spiegare prima ed a tentare di mettere in atto poi, la mentalità di una parità di genere ben lontana a venire.

Mentre il cuore mi si stringe per la bambina ripetutamente stuprata e anche per tutti quelli chiusi in casa invece di essere insieme alle poche centinaia che cercano di farle sentire la solidarietà, penso ai tanti pezzi di Calabria sparsi in tutta Italia, e, si, anche qui, nella progressista Milano: penso a quanti uomini e donne in Italia, devono ancora imparare la cultura dell’uguaglianza e del rispetto per le donne, penso a quanto lavoro c’è da fare in tutto il paese a cominciare dalle scuole, perché è da lì che si deve cominciare ad interiorizzare cosa vuol dire parità di genere.

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