Wikileaks, l’olio nero della Basilicata e i nostalgici italiani del nucleare

Stefania Elena Carnemolla
di Stefania Elena Carnemolla  - Giornalista pubblicista

È il 31 ottobre 2008, un venerdì, e dal consolato americano di Napoli viene trasmesso un cablogramma sul settore energetico dell’Italia meridionale: Basilicata, Campania, Puglia, Sicilia, Calabria, inceneritori, eolico, compagnie oil & gas, ma anche affari della malavita. Destinatari dell’informativa l’ambasciata americana a Roma e Mosca, i consolati americani di Firenze e Milano,la Segreteria di Stato e il Dipartimento dell’Energia a Washington, la missione statunitense presso l’Unione Europea a Bruxelles.

Ma è in particolare sulla Basilicata – il petrolio della Val d’Agri e Tempa Rossa, i giacimenti di gas naturale vicino Matera, i depositi di metano del Metaponto, le risorse idroelettriche – che si concentra il documento, con la Basilicata ricordata come il più grande serbatoio europeo di petrolio greggio, con la “scoperta di grandi giacimenti di petrolio e gas naturale” che aveva fatto di “una delle regioni più povere d’Italia” una “zona di strategica importanza, non solo per l’Italia ma anche per l’Europa”. Quindi, alcune statistiche: le riserve di petrolio della Val d’Agri, con un potenziale di “420 milioni di barili e forse più”, e zona “sfruttata dalle italiane parastatali Agip ed Eni, così come da Exxon Mobil, Shell, Total ed Enterprise”, con “oltre 100.000 barili al giorno trasportati alla raffineria Eni nella città portuale di Taranto”, continua il cablogramma. Che anticipa: “Il campo Total di Tempa Rossa dovrebbe entrare in funzione entro il 2010, con un picco di produzione di 50.000 barili al giorno”.

Quell’anno i giovani industriali, rappresentati da Federica Guidi, di Ducati Energia, si riunirono a Capri fra il 3 e il 4 ottobre per il tradizionale convegno, seguito, come testimonia il cablogramma, con particolare attenzione dai diplomatici americani, che parleranno di una disparità di vedute sul futuro energetico dell’Italia, ricordando come il presidente dei giovani industriali sostenesse, per la diversificazione delle fonti energetiche, la decisione del governo Berlusconi di un ritorno al nucleare. La via dell’atomo del resto piaceva a Confindustria, che quel maggio a Viale dell’Astronomia aveva accolto “fra gli applausi” l’annuncio del ministro dello Sviluppo Economico, Claudio Scajola, di un ritorno, nonostante il referendum del 1987, al nucleare.

Scandagliando gli archivi digitali, abbiamo ritrovato la relazione di Capri. Il discorso sul nucleare occupa la seconda parte, e in parte la terza dell’intervento, dopo che nella prima la giovane presidente aveva etichettato come “lusso” le “preoccupazioni di carattere ecologico”, ricordando che se la “difesa dell’ambiente” era un “obiettivo meritevole di essere perseguito”, lo “sviluppo economico” lo era ancor di più, invitando a “non cedere a ideologismi”; quindi, criticato il Protocollo di Kyoto, perché se “l’indifferenza rispetto all’innalzamento delle temperature” non poteva essere “un atteggiamento tollerabile per una società evoluta”, nemmeno poteva “esserlo adottare, con zelo ideologico, politiche che hanno inevitabilmente un costo insostenibile per lo sviluppo industriale”; giudicato negativamente la “eccessiva devozione alla correttezza politica” di Bruxelles, accusata di essere partita “lancia in resta, alla rincorsa di obiettivi che, permettete la schiettezza, suonavano bene, dal punto di vista politico, ma erano incoerenti con le necessità delle nostre economie”.

Nella relazione viene riconosciuto al governo italiano il “merito” di “aver dato una svolta importante, da qui l’appello a “imboccare con decisione” la “strada del ritorno al nucleare, proposta che Confindustria sostiene con coerenza, grazie all’impulso del nostro Presidente Emma Marcegaglia”. Secondo l’allora presidente dei giovani confindustriali occorreva andare oltre “risparmio energetico” e “rinnovabili” che tanto piacevano “al movimento ecologista tradizionale” e che seppure “potentissime” da “sole” erano “insufficienti”, da cui la necessità di un ritorno al nucleare, “fonte energetica pulita, competitiva e tecnologicamente evoluta, che può aiutarci a compiere parte della strada senza penalizzare i nostri consumi”.

Quindi la condanna del referendum con cui l’Italia aveva bocciato il nucleare: “Ci pare che ormai i tempi siano maturi per ripensare la decisione presa avventatamente vent’anni fa. L’Italia può tornare al nucleare, ha le competenze per farlo, dispone della necessaria forza finanziaria”.

Di certo c’è che l’Italia con il referendum del 1987 ha deciso di aprirsi a un diverso futuro energetico, con ciò allontanando i fantasmi di un falso progresso.

 

Per un approfondimento:  

WIKILEAKS CABLOGRAMMA Southern Italy’s Growing Energy Sector  Testo

Innovare le energie. Imprese e ambiente tra sviluppo competitivo e sostenibilità (Capri 3-4 ottobre 2008) Relazione Guidi

Ultimi articoli di Stefania Elena Carnemolla