Non basta rinunciare al frustino per salvare i cavalli se poi ce li mangiamo a cena

Gianluca Felicetti
di Gianluca Felicetti  - Presidente LAV

Uno dei gestori dell’ippodromo emiliano del Castello, lo ha detto chiaramente: “Un cavallo picchiato in continuazione non è un bello spettacolo. I più piccoli spesso si voltano e vanno a giocare a pallone. E senza, si fanno anche dei record” 

Quindi no all’uso della frusta, particolarmente lunga in questa disciplina, per motivi di immagine e di allontanamento di spettatori, stop già sperimentato la scorsa estate in una manifestazione all’Ippodromo di Cesena dell’apposito torneo “senza frusta”, come avviene da anni in tanti altri Paesi europei.

Bene. Ma la sofferenza di un cavallo diventato per forza “sportivo” è tutta qui? A parte l’immorale consuetudine di voler usare l’animale, ci sono tutta un’altra serie di strumenti e condizionamenti dei cavalli che, per coerenza, gli stessi ippodromi “senza frusta”, maneggi e compagnia, dovrebbero interdire. Alcuni esempi, fra i tanti possibili: proprio l’ottenimento dell’innaturale trotto che avviene con condizionamenti fisici e psicologi di ogni genere, l’uso delle imboccature e degli speroni.

A confronto, ecco un cavallo libero di essere cavallo e un cavallo-macchina in una scuderia: il primo vive in branco, percorre chilometri ogni giorno, vive senza ferrature, i puledri giocano molto e raggiungono anche i 40 anni d’età. In una scuderia, vive isolato e non ha relazioni sociali, viene domato e addestrato con metodi coercitivi, i puledri non possono giocare e arrivano a un’età media che è la metà degli altri, viene ferrato periodicamente, ha stress e stereotipie comportamentali.

Senza contare che siamo il Paese europeo che consuma più carne di cavallo, 1,1 chili pro capite l’anno da 50mila quadrupedi uccisi.

Una frusta in meno non fa ancora primavera.



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