Business delle cosche, caporalato e multinazionali: il nuovo rapporto sulle agromafie

La tavola delle cosche © Coldiretti
Stefania Elena Carnemolla
di Stefania Elena Carnemolla  - Giornalista pubblicista

Un business che non conosce crisi e che nel 2016 ha registrato un +30% per un fatturato di 21,8 miliardi di euro: è quello delle agromafie, che arricchisce cosche, multinazionali, nuovi schiavisti. La denuncia è del Rapporto Agromafie 2017, elaborato da ColdirettiEurispes e Osservatorio sulla criminalità nell’agricoltura e sul sistema agroalimentare, presentato il 14 marzo a Roma nella sede di Coldiretti, dove per l’occasione è stata apparecchiata la “tavola delle cosche” con i prodotti al centro del business di mafia, camorra e ‘ndrangheta e quella sul “caporalato nel piatto” con prodotti stranieri, frutto di sfruttamento dei lavoratori, sempre più di casa nei supermercati italiani.

La malavita organizzata, che da tempo ha le mani sulla filiera del cibo – produzione, trasporto, distribuzione, vendita – è riuscita ad adattarsi all’oggi, scoprendo e gestendo i “vantaggi della globalizzazione, delle nuove tecnologie, dell’economia e della finanza 3.0”, se non quando, forte dei “capitali assicurati dai traffici illeciti collaterali”, possiede catene di ristoranti in Italia e all’estero. Un fenomeno criminale che nella sua articolazione indebolisce anche il settore agricolo con furto di trattori, falciatrici e altri macchinari, rame, gasolio, bestiame, limoni, nocciole, olio, vino, alveari. Sullo sfondo racket, usura, estorsione, danneggiamento di colture, pascoli abusivi, mentre nelle città, dove fruttivendoli e fiorai italiani sono ormai “quasi completamente scomparsi”, a controllare gran parte del territorio ci sono fruttivendoli egiziani e fiorai indiani e pakistani. Se di recente le agromafie hanno puntato sulle plastiche da confezionamento e imballaggio, ciò che costituisce una novità, ad arricchire le casse della malavita c’è, in particolare, il business del falso Made in Italy, spostatosi da sud a nord. Nella top ten ci sono le province di Reggio Calabria, Catanzaro, Palermo, Caltanisetta, Catania, Caserta, Napoli, Bari, Genova e Verona, con Reggio Calabria maglia nera e Genova e Verona a contenderle il podio. In Calabria la malavita, che controlla produzioni agricole e pastorizia, è attiva anche negli incendi boschivi, adulterazione dei prodotti oleari, caseari e vinicoli e nel furto di bestiame. In Sicilia, dove le pratiche criminose ricordano quelle calabresi, si registrano furti di macchinari, danneggiamenti delle colture – dietro ci sono spesso episodi di estorsione, usura, racket –, infiltrazioni nel mercato ortofrutticolo, in particolare agrumi e ortaggi a foglia, e nella pesca, con le cosche che controllano distribuzione e trasporto dei prodotti agricoli e del pescato, causando, così, il rincaro “artificiale dei prezzi.

A Genova, città portuale, sono assai diffuse contraffazione e adulterazione dell’olio con l’approvvigionamento di oli esteri di qualità inferiore, da “spacciare come italiani”, che giungono in particolare via mare. Frequenti sia nel territorio che in ambito marittimo e portuale sono i sequestri di prodotti agricoli esteri vietati o adulterati, come farine Ogm e oli di palma. A Verona l’agromafia è, invece, interessata all’importazione di suini dal Nord Europa marchiati come nazionali, nonché all’adulterazione di bevande alcooliche e superalcoolici, come la grappa locale. A Bari la criminalità ama le sofisticazioni, in particolare olio e ortofrutta, e, di recente, anche i furti nelle campagne, mentre in Campania controlla autotrasporto e distribuzione su scala nazionale, nel settore della ristorazione, di prodotti adulterati, praticando anche l’estorsione contro le aziende agricole, mentre a Napoli si segnala il fenomeno del pane clandestino.

Le cosche non rinunciano a nulla, con le forze dell’ordine sempre più impegnate in operazioni di contrasto. In Calabria, ad esempio, i carabinieri del Ros hanno smascherato le attività della cosca Piromalli che controllava la produzione e le esportazioni di arance, mandarini e limoni verso gli Stati Uniti, nonché, attraverso una “rete di società e cooperative”, quelle dell’olio. In Sicilia i Ros hanno, invece, confiscato quattro società, con interessi nel settore dell’ovicoltura, “rinconducibili a Matteo Messina Denaro e alla famiglia mafiosa di Campobello”. “Attraverso la gestione occulta di oleifici e aziende, intestate a prestanome” spiega Coldiretti “il boss era in grado di monopolizzare il remunerativo mercato olivicolo”. Sempre in Sicilia, la Dia, la direzione investigativa antimafia, ha sequestrato i beni di un imprenditore siciliano dei trasporti considerato lo “snodo degli affari” che “il clan dei Casalesi conduce assieme al fratello di Totò Riina, Gaetano” per “monopolizzare il trasporto di frutta e verdura da Roma in giù, grazie anche al controllo del grande mercato di Fondi, nell’agro-pontino”.

Quindi, in Campania, con il blitz della Guardia di Finanza contro “il clan camorristico Lo Russo”, che aveva “il monopolio della distribuzione di pane” con “l’imposizione del prezzo di vendita” a “grossi supermercati”, nonché a botteghe e ambulanti domenicali della zona. Nel mirino anche le mozzarelle, con l’arresto, per mano dei Ros, di Walter Schiavone, figlio di Francesco, il famoso Sandokan, capoclan dei Casalesi, con l’accusa di imporre la fornitura di mozzarella di bufala Dop, prodotta da un caseficio di Casal di Principe, a distributori casertani e campani, nonché in altre zone d’Italia. O ancora il sequestro a opera della Guardia di Finanza di beni per 33 milioni di euro alla cosca calabrese Labate che aveva il controllo del commercio all’ingrosso e al dettaglio della carne.

Se sugli scaffali dei supermercati italiani arrivano sempre più prodotti che non garantiscono la sicurezza alimentare, con le forze dell’ordine che nel solo 2016 hanno effettuato oltre duecentomila controlli, il Rapporto ricorda anche alcuni prodotti d’importazione, che non rispettano le normative sulla tutela dei lavoratori, frutto di un “caporalato invisibile” che “passa inosservato solo perché avviene in paesi lontani”, con lo sfruttamento di milioni di bambini, operai sottopagati e a rischio salute, detenuti e schiavi moderni. Il tutto, spiega Coldiretti, “nell’indifferenza delle istituzioni nazionali ed europee” che di fatto alimentano “il commercio dei frutti dello sfruttamento con agevolazioni o accordi privilegiati per gli scambi che avvantaggiano solo le multinazionali”. Nel mirino ci sono il concentrato di pomodoro dalla Cina, dov’è stato denunciato il lavoro forzato dei detenuti; il riso basmati dal Vietnam, dove sono stati segnalati lavoro minorile e sfruttamento; le nocciole dalla Turchia, sotto accusa per lo sfruttamento delle minoranze, come quella curdale rose dal Kenya, per lavoro sottopagato e senza diritti; le fragole dall’Egitto, dove la salute sul lavoro è a rischio per l’uso di prodotti chimici vietati in Europa; i fiori dalla Colombia, dov’è stato denunciato lo sfruttamento del lavoro femminile; la canna da zucchero dalla Bolivia, dov’è stato segnalato l’abuso di stimolanti per aumentare la resistenza al lavoro; la carne dal Brasile, dove sono stati denunciati lavoro minorile e sfruttamento; l’aglio dall’Argentina, dove sono stati segnalati lavoro minorile e sfruttamento; le banane dall’Ecuador, dove con mezzi aerei vengono effettuati, sulle popolazioni, trattamenti a base di prodotti chimici fuorilegge in Europa.

 

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