Coloranti alimentari, una moda che nasconde truffe e pericoli per la salute

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Stefano  Cazora
di Stefano  Cazora  - Giornalista

Chissà perché tutte le cose belle della vita sono nere. Così anni fa recitava la pubblicità di un noto champagne francese che aveva appunto l’etichetta di colore nero.  Ma sarà poi sempre così ?

E’ di qualche giorno fa l’operazione del Corpo forestale dello Stato che ha portato alla denuncia di 12 panificatori pugliesi che producevano una sorta di pane addizionando all’impasto anche la polvere di carbone vegetale, per l’esattezza il colorante E153. A prescindere dalle proprietà benefiche sull’organismo di questa sostanza molto discussa, che negli USA è vietata perché ritenuta potenzialmente cancerogena e dal fatto se questi prodotti possano essere definiti o meno pane, c’è da chiedersi perché si debba colorare necessariamente di nero gli alimenti tradizionali come il pane, la pizza, il panettone, il formaggio e perfino le candide mozzarelle? Perché ricorrere a stratagemmi del genere come strumenti di marketing per incrementare le vendite ? Il pane nero originale, che non è poi nero come il carbone, in realtà già esiste: è il pane di segale o il pane di grano arso che un tempo si realizzava macinando i chicchi di grano che rimanevano a terra nell’aia dopo la battitura delle spighe e che erano venivano tostati naturalmente dai raggi del sole.

Chi ricorre a questi espedienti un pò troppo originali lo fa in realtà nell’intento di offrire un prodotto apparentemente diverso dal solito ma sostanzialmente identico. Una maggiore attenzione il consumatore dovrebbe avere invece che per le gamme cromatiche, per la qualità e l’origine delle farine tanto del pane quanto della pasta, meglio se integrali,  ottenute dalla macinazione del chicco intero, dal tipo di lievito che dovrebbe essere del tipo “madre” e dalla lievitazione che deve essere lenta proprio per dare il tempo al lievito di fare la sua azione rendendo così  il pane più digeribile. Nascondere dietro un pò di carbone il solito sfilatino industriale non migliora la qualità e non apporta alcun elemento nutraceutico. Quindi che il pane sia bianco o integrale ma che sia pane e non un’altra cosa.

Rouge et noir. Come in una roulette i colori accesi però attirano sempre la nostra attenzione. E’ il caso di un altro prodotto di largo consumo che seppur a piccole dosi utilizziamo spesso: il peperoncino. Anche in questo caso non è tutto oro quello che luccica. Qualche anno fa la Forestale scoprì 15.000 chili di peperoncino al quale era stato aggiunto un colorante il “Sudan rosso 1” normalmente impiegato dall’industria tessile che però è cancerogeno genotossico. In quel caso il peperoncino tossico era finito anche in 1.100 quintali di cibi pronti surgelati e sughi di note marche alimentari. Il colorante derivante da idrocarburi è in realtà vietato sin dal 1919. La spezia veniva importata dall’India già colorata per soddisfare l’occhio dei consumatori europei. Questo perché in realtà non sempre il peperoncino macinato ha un colore rosso sgargiante che dipende sostanzialmente dalla varietà utilizzata e dal grado di maturazione.

Da allora i controlli sul prodotto si sono fortemente intensificati specialmente per le importazioni. C’è da dire che il colore rosso accesso non è necessariamente sinonimo di qualità; esistono centinaia di varietà diverse di questa solanacea con tanti colori diversi che hanno un buon grado di piccante e ottime al gusto. Poiché la produzione nazionale non è sufficiente a coprire il fabbisogno, il 70 per cento dei peperoncini sono importati dai paesi asiatici soprattutto Pakistan ed India ma anche dal Messico. Il consumo annuo si attesta intorno 209.000 tonnellate per un valore di 268 milioni di euro. Nel 2013 sono state importate 1.850 tonnellate per un valore di quasi 5 milioni di euro. I dati, che  possono sembrare discordanti perché riferiti in parte a prodotto fresco e in parte a quello secco, confermano però un trend in salita. In un’altra occasione sempre il Corpo forestale dello Stato intercettò una partita di peperoncino, sempre indiano, con concentrazioni altissime di due sostanze acaricide che sono neurotossiche in grado di alterare l’attività endocrina.

Perché dunque accanirsi con prodotti di scarsissimo valore? Eppure la coltura del peperoncino è veramente semplice e non richiede particolari attenzioni. Acquistare peperoncino nazionale non solo incrementa la nostra produzione agricola, ma  garantisce una maggiore genuinità. E che importa se si deve spendere qualche centesimo in più. Considerato l’uso limitato che se ne fa l’aggravio di spesa è del tutto trascurabile.

E chi vuole apprezzare le qualità organolettiche e le infinite applicazioni medicamentose della capsaicina a chilometro veramente zero ha sempre la possibilità di coltivare la spezia in vaso sul terrazzo di casa, oltretutto con un effetto decorativo oggi di gran moda.



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