La difficile ma possibile coesistenza tra uomo e specie selvatiche

Orso bruno. Foto di Luigi Di Battista
Stefano  Cazora
di Stefano  Cazora  - Giornalista

Se c’è qualcosa di importante che ci hanno insegnato i moderni studi di scienze naturali è che su questo pianeta c’è posto per tutti. Eppure le cronache recenti, solitamente poco attente a queste tematiche, ci offrono sempre più spesso un’ampia panoramica di aneddoti quotidiani che riguardano il delicato e a volte difficile rapporto uomo-animali, in particolare tra umani e grandi mammiferi. Perché in realtà di quanti morti e feriti provochino ogni anno le punture di insetti poco importa, come non interessano le infestazioni di parassiti, oppure la sorte di avifauna, rettili, ecc.

Siamo invece rapiti da racconti che ricordano più le pregiate copertine della Domenica del Corriere di 70-80 anni fa che narravano di lupi famelici e orsi cattivi o da storie che ricalcano il patinato mondo disneyano, piuttosto che dai più tecnici e pacati documentari di Quark. Nella loro semplicità e a volte superficialità, che però non riesce a coinvolgere gli esperti del settore refrattari alla semplificazione divulgativa, questi articoli sono comunque interessanti e ci confermano che ormai è possibile avere con una certa facilità incontri ravvicinati con queste meravigliose creature.

Solo quando alcuni decenni fa riducemmo la loro presenza quasi a zero ne comprendemmo la reale importanza, anche se questi animali non erano più strettamente legati al personale sostentamento. Motivo ancor più nobile di impegno per un loro ritorno. Non sappiamo ora con certezza quanto le azioni mirate abbiano giovato al ritorno di orsi, lupi, caprioli, gatti selvatici, cervi, mufloni, linci, ecc. o quanto invece la natura abbia semplicemente ripreso i propri spazi laddove l’uomo si ritirava consentendo a boschi e animali di avanzare.

Le storie che hanno come protagonisti orsi che rincorrono fungaioli un po’ troppo curiosi, uccidono qualche pollo o pecora o addirittura fanno razzie di formaggio nelle cantine, oppure le avventure di lupi che sbranano vacche al pascolo incustodito non hanno in realtà nulla di sconcertante o di pericoloso, in questi episodi si può solo scorgere il comportamento dell’uomo ancora impreparato a gestire questa nuova coesistenza e ciò perché non conosce i nuovi interlocutori ritrovati. In un’epoca liquida fatta soprattutto di dematerializzazione della realtà sembriamo impotenti nel confronto con la materia vivente, la stessa con la quale abbiamo convissuto per migliaia di anni.

È questo il vero problema e vale di solito sia per i rapporti tra umani che per le relazioni tra questi e altre specie: non si ha una buona propensione per chi non si conosce. I lupi per loro natura predano per sfamarsi, perché allora tenere gli armenti senza precauzioni? Un’orsa con i piccoli al seguito che viene disturbata può avere un comportamento di difesa della prole del tutto simile a quello, per esempio, del fedelissimo cane domestico o del casalingo gatto. Come pure è noto che, per evitare possibili calci, normalmente non si sosta con fare agitato dietro le zampe posteriori di un cavallo o di un mulo. Ma con questi animali abbiamo maggiore confidenza e  sappiamo in genere come regolarci.

Come al solito la fobia per gli sconosciuti e per i diversi ci porta spesso a trovare soluzioni prepotenti ed egoiste fra le più assurde, come il trasferimento coatto di animali, che in realtà di problematico non hanno proprio nulla,  se non l’idea di avvicinarsi all’uomo (ma non sarà il contrario?). A chi pensa di risolvere il problema catturando tutti i lupi e gli orsi dobbiamo dire allora che di strutture di accoglienza bisognerà costruirne tantissime, perché gli incontri ormai sono sempre più frequenti in tutta la Penisola e le proiezioni ci dicono che boschi e fauna cresceranno ancora, così come avviene nel resto d’Europa. E poi che faremo di milioni fra cinghiali, camosci, cervi, caprioli, stambecchi? Anche loro finiranno in campi di rieducazione o saranno destinati a finire tutti sotto il fuoco delle carabine? Sì, perché se non se ne conosce il comportamento anche uno stambecco o un cervo possono essere a loro modo pericolosi. Questa incapacità di relazione, la mancanza di abitudine a trovare soluzioni pure esistenti e collaudate che consentano attività quali l’allevamento, fanno propendere alcuni per scelte che in poco tempo potrebbero farci tornare alla situazione di appena 40 anni fa.

Gli strumenti culturali, scientifici e tecnici per una possibile coesistenza ormai ci sono, l’uomo che ha conosciuto l’assenza della fauna e ne ha ricercato il ritorno sa come garantire un nuovo rapporto fra specie. Un rapporto che deve essere scevro da ideologie o sentimentalismi, ma basato sulla concretezza. I cinghiali che vagano ormai nei terreni periurbani delle grandi città, l’invasione di caprioli e cervi in areali ristrettissimi sono evidentemente il frutto di politiche di gestione del territorio sbagliate. La gestione della fauna selvatica è una questione complessa che richiede molta professionalità e soprattutto linee omogenee e non può limitarsi a qualche azzardato “lancio” di animali a scopo venatorio. Né le politiche protezioniste possono pensare che in un territorio così fortemente antropizzato possa essere vincente un’ignava tecnica del lasciar fare al caso.

Dal piano mediatico il tema deve ora spostarsi a quello dello politica, ossia delle scelte che lo Stato in tutte le sue articolazioni centrali e locali deve compiere. Una maggiore razionalizzazione delle troppo frazionate strutture amministrative che si occupano di territorio e ambiente potrebbe, per esempio, giovare ad attuare politiche efficaci in grado di dare soluzioni ai problemi segnalati dalle cronache contemporanee che diversamente rischierebbero di rimanere simpatici racconti estivi.



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