Davvero è terapeutico parlare del proprio tumore in pubblico? Ecco cosa dicono le esperte

Dopo i casi di Nadia Toffa e Daria Bignardi, abbiamo chiesto i pareri della psicologa e psicoterapeuta Caterina Steri e all’oncologa e palliativista Denise Vacca

Nadia Toffa
Nadia Toffa

Nadia Toffa e poi Daria Bignardi, ma prima di loro tanti personaggi famosi hanno raccontato il proprio tumore. Da Emma Bonino a Lamberto Sposini, da Shannen Doherty a Carolyn Smith, sono tante le persone mediaticamente esposte che hanno confessato al pubblico di essere malate. C’è chi ha aspettato la guarigione proprio come Toffa e Bignardi, chi invece si è mostrata senza capelli. Chi ancora, come Nicola Mendelsohn, top manager 46enne di Facebook, ha fatto “coming out” senza sapere se ce la farà perché è affetta da una patologia per cui ancora non esiste cura. Ma rivelare il proprio cancro fa bene o no? E, a parte l’influenza che la confessione può avere sul malato, alla società, al pubblico giova o no questa iniezione di sincerità? Lo abbiamo chiesto alla psicologa e psicoterapeuta Caterina Steri e all’oncologa e palliativista Denise Vacca.

Raccontare il cancro

“Chi lo fa ne può certamente trarre giovamento - afferma la dottoressa Vacca - riuscendo a fare emergere le emozioni e la sofferenza del proprio vissuto di malattia. Può essere uno sfogo e una catarsi, ma il fatto di poter narrare la malattia diventa comunque una modalità terapeutica. Ci si può narrare in tv, su un blog o sui social network, ma l’esperienza rientra comunque in ciò che chiamiamo medicina narrativa, elemento che sempre più sta diventando uno strumento terapeutico per la sua valenza di approfondimento del paziente su se stesso. C’è poi chi legge sui social le esperienze o ascolta quelle narrate, chi è fruitore del racconto, che può comunque trovare sollievo in modo indiretto. Perché molti di coloro che non parlano del proprio male si rispecchiano però nelle esperienze di chi lo fa. Quante volte sentiamo dire: “Io ho vissuto la stessa esperienza ma non l’avrei saputa raccontare così”. In questo senso il racconto ha una doppia valenza terapeutica”.

Quindi fa bene a tutti non tenersi dentro le sofferenze ma anche le gioie di un’eventuale ripresa?
“Il malato che parla di se stesso, spesso trae giovamento ma dire che questo abbia una ripercussione, scientificamente attestata e statisticamente significativa, sull’andamento della malattia, non lo posso dire. Come medico e come persona che predica la medicina basata sulle evidenze scientifiche non posso dire se chi racconta la sua malattia guarisca di più e non mi risulta che ci siano dati in merito. Che migliori il vissuto e la qualità della vita, sì. Come posso dire pure che le esperienze raccontate da personaggi famosi possano avere una buona influenza portano alla ribalta patologie di cui spesso in tanti si vergognano e nascondono”.

Daria Bignardi

Perché mai ci si dovrebbe vergognare di essere malati?
“Quando si va incontro a malattie così importanti - risponde questa volta la psicologa Caterina Steri - ci si sente sconfitti, ci si percepisce come lo sfortunato di turno. Questo perché magari in passato abbiamo dato per scontato che a noi non potesse capitare. A volte siamo i primi a compatire chi è malato e quando tocca a noi temiamo di essere a nostra volta compatiti. Dipende da come noi viviamo la malattia altrui e la nostra. Il timore di vedersi giudicato può essere alto. Per questo chi racconta, che sia famoso e meno, fa uscire la malattia dalla dimensione della vergogna e del nascondimento”.

E le confessioni fate sui social network?
“I social consentono anche alle persone comuni di raccontarsi e di ottenere conferme attraverso i like. Sono persone che spesso traggono giovamento da questo tipo di condivisione ricavando maggiore grinta per andare avanti. Forse non ci si accontenta più delle persone che ci stanno vicino, dei familiari e amici che ci fanno coraggio e ci sostengono quotidianamente. Oggi tanti hanno bisogno di una platea maggiore che li sproni ad andare avanti. Ma c’è pure chi preferisce tenere per sé l’esperienza della malattia, c’è chi addirittura non lo racconta neanche ai parenti. La cosa importante è la libertà di narrare o meno”.