Malattia di Parkinson, migliorare l'informazione e aumentare i centri di cura

Brigida Stagno
di Brigida Stagno  - Medico

Non se ne parla abbastanza, manca ancora una cura definitiva, sono pochi in Italia i centri di cura specializzati e la maggior parte delle Regioni non ha sviluppato un  percorso specifico di diagnosi, terapia e assistenza: sono questi i punti critici individuati durante un incontro organizzato al Senato nella gestione della malattia di Parkinson, che colpisce in Italia circa 250.000 persone. Secondo l'Organizzazione Mondiale della Sanità, nei prossimi 15 anniil numero dei malati raddoppierà,  perché la durata media della vita sta aumentando (anche se una persona su cinque ha meno di 50 anni quando compaiono i sintomi iniziali) e 6.000 nuove persone si ammalano ogni anno in Italia.

La malattia, di cui è appena stata celebrata la giornata Mondiale, ha sintomi di allarme caratteristici, come la fatica nel camminare, i disordini del movimento, a volte i tremori. Con il tempo e l'aggravarsi  dei disturbi (fino al tremore a riposo, la maggiore rigidità e lentezza nei movimenti, la perdita dell'equilibrio),aumentanole ripercussioni sulla qualità di vita dei pazienti, che richiedono un'assistenza costante, e  naturalmente delle loro famiglie. Basti pensare  che i malati di Parkinson  hanno un rischio di cadute doppio rispetto agli altri anziani: due terzi di loro cade continuamente, con perdita dell'autonomia e maggiore probabilità di ricovero in ospedale.

Ma quali sono oggi le terapie in grado di rallentare la progressione del Morbo di Parkinson e migliorare la qualità della vita dei malati? Per ora esistono solo cure sintomatiche e i farmaci  disponibili (come L-dopa e dopaminoagonisti), che aumentano la produzione di dopamina (il neurotrasmettitore mancante, necessario per una buona coordinazione del movimento) da parte del cervello, sono davvero utili  solo nelle  fasi iniziali e sui primi disturbi motori.

Un aiuto importante arriva invece dalla riabilitazione (non solo fisioterapia, logopedia e terapia occupazionale), che deve integrare e non sostituire la terapia farmacologica, ed è utile per migliorare quei sintomi motori che poco rispondono ai farmaci  (in particolare il tremore degli arti a riposo, l'instabilità posturale, la lentezza dei movimenti, la lunghezza dei passi), è efficace la Terapia AMPS - Automated Mechanical Peripheral Stimulation - un trattamento sintomatico messo a punto da un team di ricercatori svizzeri e basato sulla stimolazione non invasiva del sistema nervoso periferico. Agisce  attraverso impulsi meccanici controllati erogati in aree specifiche di entrambi i piedi con un particolare dispositivo medico progettato per l’utilizzoa casa.

"Il trattamento, che ha confermato la sua efficacia in diversi studi clinici, migliora anche il cosiddetto ‘Freezing della marcia’, quel fenomeno caratteristico delle fasi intermedia ed avanzata della malattia, spesso resistente ai farmaci,  per il quale i piedi del paziente si bloccano improvvisamente, anche durante il cammino, aumentando il rischio di caduta, con conseguenti fratture, e causando inabilità nello svolgimento di molte attività quotidiane- spiega Fabrizio Stocchi, Responsabile del Centro per la cura e la diagnosi del Parkinson dell’IRCCS San Raffaele Pisana di Roma, in occasione della Giornata dedicata alla patologia. " Il dispositivo è formato da due unità, che vengono calzate ai piedi dal paziente mentre è sdraiato, per erogare la terapia, che dura meno di due minuti e offre benefici per almeno tre giorni. Nella maggior parte dei casi il protocollo di trattamento prevede quindi due applicazioni a settimana. I risultati degli studi pubblicati documentano anche un miglioramento della velocità del cammino, della lunghezza del passo, della forza di propulsione e dell’equilibrio”.

La neurochirurgia funzionale si basa invece sulla stimolazione neuronale (la Deep Brain Stimulation), in particolare il nucleo subtalamico, attraverso  l'impianto di un microelettrodo collegato a un generatore d’impulsi (pacemaker) situato sottocute nella regione anteriore e superiore del torace.Puòdeterminare un miglioramento dei sintomi e il rallentamento dell'evoluzione della malattia, con riduzione dell’assunzione dei farmaci, ma richiede una selezione accurata dei pazienti, cioè l'esclusione dei più anziani, con deficit cognitivi e con risposta  dubbia alla L-dopa.

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