Depressione, riconoscerla subito anche nelle persone anziane

Brigida Stagno
di Brigida Stagno  - Medico

Tristezza, senso d’inutilità, disperazione, perdita della voglia di vivere, incapacità di provare gioia e piacere, disinteresse per le normali attività, inadeguatezza nello svolgimento del lavoro abituale: sono alcuni dei sintomi della depressione, la malattia più diffusa al mondo, che secondo le stime dell’OMS, ha colpito solo nel 2015 ben 350 milioni di persone. Si tratta di una vera e propria emergenza, gravata nei casi più gravi da un rischio elevato di suicidio (ogni anno circa un milione  di casi), e di cui si è parlato in questi giorni in occasione di un Convegno Internazionale, organizzato al Vaticano dalla Pontificia Accademia delle Scienze dal titolo “Depression: State of the Art 2016". Secondo alcune previsioni, questa patologia diventerà la maggior causa di disabilità nel 2020 dopo le malattie cardiovascolari.

"Il male oscuro" è in aumento tra gli anziani, ma troppo spesso è considerato una condizione ‘normale’ della terza età, quindi sottovalutato, sebbene il rischio di suicidio sia molto maggiore rispetto a quello dei giovani: soffre  di depressione il 15% degli over 65, mentre  il 3  per cento presenta un disturbo ‘maggiore’. Non devono poi essere sottovalutate le patologie correlate alla malattia: le persone anziane con depressione vanno più spesso incontro a infarto (nel 30 - 60% dei casi), malattie coronariche (fino al 44%), cancro (fino al 40%), ma anche Alzheimer e Malattia di Parkinson (circa il 40%), oltre a manifestare disturbi cognitivi, con  compromissione di memoria, concentrazione e attenzione, trattabili con terapie specifiche.

La depressione è un problema sempre più importante anche tra i giovani, complice in molti casi l'uso di sostanze stupefacenti e alcol, ma non solo. Stanno emergendo nuove forme di malessere tra i teen-ager, dovute a cause familiari e scolastiche,  un fenomeno conosciuto come 'Hikikomori', nato in Giappone (dal 2000 ad oggi circa un milione di casi), ma ormai diffuso anche in Italia (20 - 30mila casi finora): i ragazzi che ne soffrono decidono improvvisamente di tagliare i ponti con il mondo esterno, verso il quale provano paura e odio, rinchiudendosi nella propria stanza o casa per mesi o anni e utilizzando il web come unico collegamento col mondo.

E la depressione post-partum? In  un articolo comparso  su 'Jama'  sono state stilate negli Stati Uniti alcune  linee guida, che invitano tutti gli specialisti, inclusi ginecologici, medici di base, a sottoporre subito dopo il parto le neo-mamme a uno screening psicologico per verificare l'esistenza della malattia. Secondo gli esperti della 'Us Preventive Services Task Force', i casi di depressione 'post-partum' sono sempre più frequenti  e sarebbero probabilmente legati a disturbi psicologici gia' presenti in gravidanza, ma non riconosciuti. Fare una diagnosi precoce è importante, perché le nuove terapie psicologiche cognitive e in alcuni casi farmacologiche hanno mostrato di alleviare i sintomi.

Malgrado i numeri, 2 malati di depressione su 3 non si curano, soprattutto quando i segni della depressione sono più sfumati e consistono solo in lievi flessioni dell’umore, irritabilità, perdita del piacere di fare le cose, disturbi del sonno e dell’appetito, della memoria e dell’attenzione. Se non trattato, il disturbo evolve e diventa cronico, quindi diventa più difficile da risolvere.

Curarsi però è possibile, tanto più se la diagnosi è precoce. “I trattamenti farmacologici di nuova generazione – spiega Andrea Fagiolini, docente dell’Università di Siena,- danno buoni risultati nella terapia, anche in associazione con trattamenti psicoterapici,  che però non devono rappresentare un supporto esclusivo, se privi di evidenze scientifiche. Negli anziani, ad esempio, la psicoterapia di gruppo nelle case di riposo mostra degli effetti positivi”.

 

 

 

 



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