Osteoporosi, più informazione sui farmaci a rischio

Brigida Stagno
di Brigida Stagno  - Medico

Non solo menopausa, età avanzata, sedentarietà, insufficiente apporto di calcio e vitamina D con la dieta, scarsa esposizione al sole, fumo di sigaretta, magrezza eccessiva o chirurgia bariatrica: a provocare la perdita di massa ossea possono contribuire anche alcuni farmaci, se usati per lunghi periodi. Sulla cosiddetta "osteoporosi secondaria" serve quindi una maggiore informazione, perché riguarda anche i giovani e gli uomini (a differenza della forma primaria, che colpisce soprattutto le donne dopo la menopausa), costretti per diversi motivi a seguire terapie croniche. Tra gli imputati ci sono soprattutto i cortisonici, gli immunosoppressori (come la ciclosporina), usati nelle persone che hanno ricevuto un organo da trapianto, i diuretici, ma anche gli anticoagulanti, i chemioterapici, i gastroprotettori e i comunissimi ormoni tiroidei.

L'allarme arriva dal GIOSEG, il Gruppo di Studio su Glucocorticoidi e osso e sull’Endocrinologia dello Scheletro, riunito a Roma in occasione della 9° Conferenza Internazionale. "I glucocorticoidi, noti anche come “cortisonici”, utilizzati per il loro effetto antinfiammatorio in numerose condizioni, come malattie reumatiche e artrite reumatoide, asma e allergie e malattie croniche infiammatorie dell’intestino, come il Morbo di Chron, causano una perdita di densità minerale particolarmente rapida del tessuto osseo - spiega il Professor Andrea Giustina, Ordinario di Endocrinologia all’Università di Brescia e Presidente del Gruppo- "Nei primi 6-12 mesi di terapia si può arrivare a un’importante diminuzione, fino al 15%, per poi rallentare, pur mantenendo un ritmo negativo del 3-5% per ogni anno di terapia. Le fratture, spesso asintomatiche, si verificano nel 30-50% dei pazienti che seguono queste cure a lungo termine". In uno studio multicentrico italiano, coordinato da GIOSEG  e pubblicato sulla rivista scientifica Bone, l’analisi morfometrica del corpo vertebrale (un esame che misura le altezze vertebrali  per la diagnosi quantitativa delle fratture  vertebrali da osteoporosi ) ha rivelato che il 37% delle donne in menopausa in terapia cronica con cortisone ha subito una o più fratture vertebrali.  Un terzo dei pazienti va incontro a fratture dopo soli 5 anni di cura, con una perdita di tessuto scheletrico direttamente proporzionale alla dose di farmaco.

Tra gli altri farmaci a rischio, ci sono gli ‘analoghi del GnRH’, usati nell’endometriosi e nel trattamento del cancro alla prostata: sopprimendo la produzione di gonadotropine, gli ormoni prodotti dall’ipofisi, che agiscono sugli organi della riproduzione, determinano un’importante perdita di massa ossea, reversibile con l’interruzione della cura.

Lo stesso discorso vale per i farmaci usati nel carcinoma della mammella, che accelerano la perdita di osso: sono interessate da questo fenomeno le donne con menopausa precoce indotta da un intervento chirurgico e chemioterapia e quelle in post-menopausa in cura con gli inibitori delle aromatasi, farmaci la cui azione è sopprimere la produzione di estrogeni, ormoni che normalmente avrebbero un’azione protettiva sullo scheletro.

Meno conosciuto invece è il rapporto tra osteoporosi e tiroxina, l'ormone tiroideo usato come terapia sostitutiva dell’ipotiroidismo (frequente nel mondo occidentale e soprattutto nel sesso femminile) e nelle forme autoimmuni, come la tiroidite di Hashimoto. La tiroxina ad alto dosaggio può causare la perdita di massa ossea e un aumentato rischio di fratture, soprattutto quelle vertebrali e in particolare nelle donne in menopausa e negli uomini anziani.

A rischio sono anche i Tiazolidinedioni, ipoglicemizzanti usati per il trattamento del diabete di tipo 2, perché provocano un aumento della massa grassa e una diminuzione di quella ossea e alcuni antidepressivi non triciclici (SSRI oselective serotonin reuptake inhibitors), che nei pazienti anziani e fragili aumentano le probabiltà di cadute e di fratture.

Il problema riguarda anche gli  inibitori di pompa protonica, molecole molto usate (e di cui si abusa spesso) per curare le patologie gastro-esofagee, perché con un meccanismo diretto sulle cellule ossee e attraverso un malassorbimento di calcio, possono causare fragilità scheletrica con aumento del rischio di fratture, se assunti per lunghissimi periodi.

 Ma come prevenire l'osteoporosi secondaria? Per alcuni farmaci, come i cortisonici e gli inibitori dell’aromatasi, le linee guida stabiliscono di iniziare al più presto un trattamento anti-osteoporotico di protezione per lo scheletro e di prevenzione delle fratture, che in questi casi possono essere particolarmente precoci. Se il paziente è un bambino e deve seguire terapie farmacologiche a base di cortisone, serve più comunicazione tra gli specialisti che prescrivono farmaci potenzialmente dannosi per le ossa e quelli che si occupano di  diagnosi e cura dell’osteoporosi, tenendo presente che non esistono fasce di età protette dal danno scheletrico da farmaci. L’uso di calcio e soprattutto di vitamina D iniziato contemporaneamente alla somministrazione di cortisone è fondamentale nella prevenzione del danno osseo da cortisone nei più piccoli.

In Italia l'osteoporosi colpisce in generale circa 5 milioni di persone di entrambi i sessi, di cui l'80 per cento sono donne in menopausa (una su tre ne è affetta dopo i 50 anni). Ogni anno la malattia provoca più di 100.000 fratture, con enormi costi assistenziali per il Sistema Sanitario Nazionale.

           

 

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