A 20 anni dall'entrata in vigore della legge anti-amianto, in Italia resta l'emergenza

Brigida Stagno
di Brigida Stagno  - Medico

Nell'800 era considerata una pietra ideale, perché resistente al calore e utilizzabile a basso costo nell'edilizia, nei cantieri navali o per la coibentazione interna. Per anni è stato usato per proteggere le case dalle temperature elevate, isolare caldaie, fabbricare tegole, pavimenti, costruire i freni delle macchine, per ricoprire tubazioni e pannelli, per creare indumenti e tessuti da arredamento a prova di fuoco e, addirittura, come coadiuvante nella filtrazione del vino.

Prima che la legislazione cambiasse, l'Italia era uno dei maggiori consumatori di amianto in Europa e dal dopoguerra al 1992 ne ha prodotto 3,7 milioni di tonnellate in forma grezza. Da quella data, dall'entrata cioè in vigore della la legge 257 (che ne vietava l'estrazione, la lavorazione e la vendita) e prescrive la bonifica delle zone contaminate, l'asbesto è considerato un killer silenzioso. L'amianto e le fibre da cui è composto sono infatti direttamente correlati all'insorgenza del mesotelioma pleurico. “Questo tumore, che coinvolge pleura, peritoneo e pericardio, è altamente maligno e causa la morte in sette-otto mesi- spiega Renato Versace, direttore del reparto di Chirurgia toracica e direttore del Dipartimento di Chirurgia oncologica dell'Ospedale Businco a Cagliari- “La malattia si manifesta con una gravissima insufficienza respiratoria e dolori violentissimi (è infatti tra i tumori più coinvolgenti dal punto di vista del dolore). L'incidenza nella popolazione è di 2,2 casi per milione di abitanti, non frequente, ma in crescita».

L'amianto è formato da sottilissime fibre di silicio: ogni fibra è 1.300 volte più sottile di un capello e sono proprio queste minime dimensioni a favorirne la dispersione nell'aria e l'inalazione nei polmoni, dove si fissano, provocando l'asbestosi, prima malattia professionale ufficialmente riconosciuta in Italia. «La fibra inalata –aggiunge Versace- “ingessa” il polmone e la pleura, impedendo l'ossigenazione del sangue e determinando negli anni lo sviluppo del mesotelioma. Altre malattie sono il carcinoma polmonare, che ha un'incidenza maggiore, ma la relazione con l'amianto non è netta come nel caso del mesotelioma e dell'asbestosi».


Secondo l'Organizzazione mondiale della sanità, già poche fibre di amianto per metro cubo d'aria possono provocare un caso di tumore alla pleura per 100mila persone l'anno e in alcuni edifici italiani è stata riscontrata una concentrazione di 10 mila fibre per metro cubo. Il tempo di latenza perché una fibra di amianto possa provocare una patologia tumorale è molto lungo, dai 30 ai 50 anni. “Ecco perché – continua Versace- in questi anni stanno morendo persone entrate in contatto con la sostanza negli anni '70. Il picco di mesotelioma è previsto per il 2020, a trent'anni dall'entrata in vigore della legge”.

Il problema vero è che a 20 anni dall'entrata in vigore della legge anti-amianto in Italia resta l'emergenza: sono ancora 
ancora 34mila i siti a rischio edi questi, 373 presentano rischi di priorità 1 (come Casale Monferrato, sede per circa 80 anni della più grande fabbrica di cemento-amianto della Eternit), ma il numero reale dovrebbe arrivare a 500. La mappatura è ancora in corso da parte del Ministero dell'Ambiente e delle Regioni e, secondo le stime, sarebbero circa 680mila le persone ancora esposte all'amianto nell'ultimo periodo, che rischiano di contrarre malattie come il mesotelioma.

Le bonifiche? Sono molto costose e procedono lentamente, tanto che il processo di dismissione potrebbe durare altri 85 anni circa. E non sono molte le Regioni che hanno inserito nei loro piani l'obiettivo temporale della rimozione totale dei materiali contenenti amianto (tra queste, la Lombardia nel 2016 e la Sardegna nel 2023).

La diagnosi precoce è importante. “Se si è stati esposti all'amianto, specie per periodi prolungati, - avverte l'esperto- bisogna andare da uno specialista, soprattutto in caso di sintomi, come forti dolori ai polmoni e insufficienza respiratoria”.
Il Ministero della Salute sta attuando modelli di intervento per la prevenzione, la sorveglianza, la diagnosi precoce e la presa in carico dei pazienti che vivono in alcune località inquinate. Non solo, ma è necessario creare liste di ex-esposti ricavate da banche dati già esistenti (Inail, Inps) e una rete di laboratori in grado di analizzare le fibre in liquidi e tessuti biologici, definendo almeno 3 categorie di rischio (alto, intermedio, basso). Serve poi anche il monitoraggio dell'incidenza delle malattie correlate all'asbesto, attivando interventi di prevenzione primaria. Fondamentale per i lavoratori, ancora oggi esposti alle fibre di amianto durante le opere di bonifica, è l'osservanza delle leggi che regolano l'impiego dei dispositivi di protezione individuale.

 

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