Abuso di alcol, infezioni virali, obesità, ecco come prevenire la cirrosi epatica

Brigida Stagno
di Brigida Stagno  - Medico

Un tempo non lasciava scampo, oggi esiste un’arma efficace per combattere la cirrosi epatica: la prevenzione. E’ un risultato importante, se si pensa alle dimensioni che la malattia ha raggiunto in Italia. L’allarme é nelle cifre: sono affetti da cirrosi almeno 180.000 persone (soprattutto uomini), di cui 7000 sotto i 45 anni. Secondo studi epidemiologici, i morti per cirrosi ed epatocarcinoma (spesso la complicanza finale della malattia) sarebbero in totale circa 15.000 l'anno.

Nelle persone con cirrosi epatica non resta che il controllo delle complicanze: ascite, cioè accumulo di liquido nell’addome, stati confusionali da encefalopatia, emorragie digestive causate da rottura di varici esofagee e comparsa di carcinoma del fegato. Nel suo stadio più avanzato, quando la malattia è considerata irreversibile, la sola opzione terapeutica è il trapianto di fegato, non sempre però proponibile, per cui la prevenzione della malattia diventa davvero determinante.

Tra le diverse cause, prevalgono per frequenza i virus epatitici B e C (HBV e HCV) e l'alcol. Le forme alcoliche e virali (soprattutto l'epatite C, prima causa di cirrosi in Italia) rappresentano infatti il 90 per cento di tutte le forme e negli Stati Uniti riguardano la metà dei pazienti in lista d'attesa per trapianto di fegato. Al sud e al centro della penisola prevalgono le forme causate da virus, mentre a nord e a nord-est quelle alcoliche.

Una causa emergente di epatopatia è la “malattia grassa del fegato non alcolica” (solitamente definita con l’acronimo inglese NAFLD), patologia di origine metabolica, che si manifesta prevalentemente nelle persone in eccesso di peso, diabetici o con dislipidemie (alterazioni dei valori di colesterolo o trigliceridi). La NAFLD può essere correlata ad una semplice presenza di grasso nel fegato (steatosi epatica) o, meno frequentemente, ad una steatoepatite, una vera malattia epatica, che può evolvere verso la cirrosi e l'adenocarcinoma.

Le condizioni che possono portare a un danno del fegato ed eventualmente alla cirrosi sono spesso asintomatiche, me è proprio su queste che bisogna agire per attuare la migliore strategia di lotta contro la cirrosi:: alcune di queste sono più facili da identificare, come l'abuso alcolico o l’obesità, altre possono essere più subdole, come le epatiti croniche, secondarie a infezioni da virus epatitici.

Per quanto riguarda l'alcol, considerato un fattore epatotossici per eccellenza, nella popolazione “sana” un suo consumo moderato è consentito. Lo standard internazionale per valutare il consumo di alcol è oggi la “unità alcolica”, che corrisponde alla quantità di alcol contenuta in un bicchiere piccolo (125 ml) di vino di media gradazione, in una lattina (330 ml) di birra di media gradazione o in un bicchierino (40 ml) di superalcolico. Il limite nelle persone sane è di 2-3 unità alcoliche al giorno per l’uomo, 1-2 unità alcoliche per le donna e una sola unità alcolica per gli anziani, da consumarsi preferibilmente durante i pasti. Il consumo alcolico del fine-settimana, frequente tra i giovani, pur se non quotidiano, non è meno dannoso. Per chi è affetto da una malattia di fegato, non esiste invece una “soglia di sicurezza” ed è obbligatoria l'astensione totale da ogni forma di alcolici.

Quanto all’obesità, fattore di rischio di steatosi epatica e steatoepatite, il suo ruolo non va assolutamente sottovalutato: la riduzione del peso corporeo, per essere veramente efficace, non va ottenuta però con la sola diminuzione dell’introito calorico, ma anche con un aumento della attività fisica, in grado di modificare il metabolismo corporeo e ridurre l’accumulo di grasso nel fegato.

Nelle malattie epatiche dovute a infezione da virus epatitici (soprattutto epatite B e C), la prevenzione è però più difficile (ma possibile), perché la diagnosi precoce non è sempre facile e tempestiva. “E’ importante identificare i fattori di rischio, come storia di trasfusioni o di tossicodipendenza, familiarità per malattie epatiche, tatuaggi, rapporti sessuali a rischio”. - spiega Salvo Madonia, Dirigente Medico della Divisione di Medicina dell'Ospedale “V.Cervello” di Palermo- “Un aiuto può arrivare dalla valutazione di alcuni esami di laboratorio, in particolare le transaminasi e, se confermato il sospetto di infezione da virus epatitici, dallo studio dei markers virali (HbSAg e anti-HCV). Fortunatamente la vaccinazione contro l'epatite B ha consentito un'enorme riduzione delle infezioni e, secondariamente, delle epatopatie. Oggi tutta la popolazione italiana al di sotto dei 30 anni circa è vaccinata contro l’epatite B. Nei pazienti che hanno una malattia da virus B, i trattamenti oggi a disposizione hanno cambiato in modo sostanziale il quadro generale, consentendo un arresto dell'evoluzione verso la cirrosi e, nei pazienti già cirrotici, un significativo “rallentamento” della progressione della malattia. E’ importante ricordare che i familiari conviventi dei pazienti con infezione da virus B devono rivolgersi al medico per lo screening e l'eventuale vaccinazione anti epatite B”.

“Per l'epatite da virus C – continua Madonia- non esiste invece ancora un vaccino, ma la messa a punto di nuovi farmaci ha consentito di aumentare in modo significativo il numero di pazienti che rispondono alla cura, ottenendo l'eradicazione del virus e, di conseguenza, l’arresto o il notevole rallentamento della progressione della malattia.”.

















 

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