Il lato oscuro dell'adolescenza

Elisabetta Rotriquenz
di Elisabetta Rotriquenz  - Psicoterapeuta

È uno dei delitti più agghiaccianti: un figlio che uccide i propri genitori. L'ultimo caso si è verificato a Pontelagorino nel ferrarese e riporta alla memoria altri casi in cui genitori sono stati uccisi dai figli: un filo nero che parte da Doretta Graneris e passa per Pietro Maso ed Erika e Omar. Il duplice omicidio di Pontelagorino racconta la storia del figlio sedicenne della coppia che paga il suo migliore amico per uccidere i genitori con i quali non andava d'accordo per via del suo scarso rendimento scolastico. Un amico così descrive i due ragazzi responsabili dell'omicidio: R. è il timido, il ricco, il figlio dei ristoratori ammazzati a colpi d’ascia. Invece M. è il povero, l’estroverso, quello pieno di fidanzate, quello che ogni giorno posta una foto nuova su Instagram riflessa nello stesso specchio di casa: muscoli addominali, fumo dalle narici, un balletto, un ciuffo. «Ogni tanto si arrabbiava, ma niente di che. Una volta ha sfasciato la televisione perché era stato lasciato da una ragazza». Ma torniamo al timido R. «Posso dire questo, con le fidanzate aveva sempre paura di essere rifiutato. Forse ne aveva avuta una. Non era molto sicuro di sé. La madre la odiava proprio. Diceva frasi tipo: Quella t… di mia madre! Quella p…! Voleva essere lasciato in pace, non andare a scuola. Mentre la madre insisteva perché frequentasse l’istituto tecnico, per prendere il diploma. Chiedeva cose normali, la madre di R. era uguale a mia madre». Tu li hai mai visti litigare? «Sì, un giorno ero a casa loro. Pomeriggio. La madre si è arrabbiata perché R. gli aveva preso 10 euro dal portafoglio senza chiedere il permesso. È venuto fuori un litigio di tre ore, voglio dire una rissa. Una cosa infinita. Lui la riempiva di parolacce. Urlava. Era fuori di sé. Al punto che ho preso e me ne sono andato»” (La Stampa. 13 gennaio 2017).

Un elemento che accomuna queste drammatiche storie riguarda l'età degli assassini: sono tutti adolescenti.

È risaputo come l'adolescenza sia un periodo complesso perché nella persona si verificano una serie di cambiamenti che riguardano il corpo, la mente e i comportamenti. Tali trasfomazioni non sono lineari, ma presentano alcuni aspetti controversi (Palmonari, 2001). Infatti, l'adolescente vive la sua età spesso con incertezza, i momenti di crisi appaiono irreversibili, ha bisogno di trovare la sua identità anche scontrandosi con l'autorità e le regole. Queste trasgressioni sono sfide che servono al giovane per trovare un suo spazio nella famiglia, anche se in alcuni casi possono diventare eccessive e allarmare i genitori.

Il comportamento del giovane può addirittura diventare violento e la violenza può anche verificarsi in molteplici ambienti: in casa contro gli stessi genitori; all'esterno nel contesto del branco all'interno del quale il giovane può mimetizzarsi, sentirsi forte e protetto dagli altri; contro se stesso con azioni di autolesionismo.

In tutti questi casi il giovane con il suo comportamento aggressivo tenta, nel modo sbagliato, di comunicare qualcosa, spesso una richiesta d'aiuto.

Il giovane violento a livello superficiale rifiuta l'aiuto e la protezione dell'adulto, ma in realtà ciò di cui ha bisogno è proprio qualcuno che sappia stare al suo fianco aiutandolo a direzionare nel modo giusto rabbia e frustrazione.

Facile irritabilità, svogliatezza e stanchezza cronica, crisi di pianto, ipercriticismo verso se stessi, sono tutti sintomi di un disagio. La continua ricerca del rischio e dello scontro con “l'autorità” (genitori o insegnati), la perdita di interesse per gli amici, pensieri sulla morte, sono evidenti segni che il ragazzo sta attraversando un periodo difficile, colmo di insicurezza e rabbia. Questi comportamenti di ribellione o di isolamento sono tutte richieste d'aiuto: gli adolescenti non chiedono aiuto in modo esplicito perché loro stessi non sanno come gestire la situazione. Solo chi li conosce bene può intuire e intervenire, anche attraverso l'aiuto di un esperto.

I casi di omicidio dei genitori da parte del figlio adolescente sono indubbiamente una estremizzazione di una situazione critica legata sia al periodo adolescenziale sia al rapporto negativo con i genitori.

Parlando invece di casi più comuni in cui i genitori di oggi sono in difficoltà nel rapportarsi ai figli nella loro fase adolescenziale, proviamo a dare alcune “istruzioni per l'uso”.

L'atteggiamento di un genitore dovrebbe essere sempre “mobile”, cioè capace di cambiare in base al problema o alla situazione da affrontare. Avere un approccio rigido ossia solo protettivo o troppo amichevole non è funzionale ad andare incontro ai diversi cambiamenti emotivi di un adolescente (Pellai, 2009).

È fondamentale distinguere le situazioni in cui è necessario porsi davanti, di fianco o dietro al proprio figlio. È giusto per esempio stare davanti al giovane per proteggerlo dai pericoli che l'adulto riconosce preventivamente. In questo modo il genitore è una guida, indica la strada, dice dei “no”, rappresenta quindi una bussola per il figlio. In altre occasioni invece è bene porsi di fianco al figlio: un approccio amichevole ogni tanto può essere utile, ma non bisogna esserlo in ogni occasione. In altre occasioni è bene che il genitore si ponga dietro al figlio per dargli una spinta, perché magari il giovane non si sente all'altezza o non ha il coraggio di esplorare. In questo modo si aiuta il proprio figlio a fare sempre più progressi e a diventare “grande”. Il problema è che il genitore affaticato, stressato tende ad adottare una sola posizione delle tre descritte e questo impedisce sia un corretto sviluppo della relazione genitore-figlio sia una serena crescita del giovane (Pellai, 2009).

Il genitore efficace sa come modellare il proprio comportamento in base alle situazioni che coinvolgono il figlio.

L'adolescente deve sempre riconoscere che il genitore è su un piano superiore al suo, ma allo stesso tempo l'adulto deve saper ascoltare le ragioni del figlio. Per questo motivo ogni problema dell'adolescente richiede una attenta valutazione da parte del genitore.

Proviamo ad elencare in modo sintetico alcuni punti che possono aiutare i genitori nel loro difficile ruolo, soprattutto quando si trovano a dover gestire un figlio in età adolescenziale (Pellai, 2009):

- anche se un figlio sembra indifferente, per lui conta molto ciò che dicono e fanno i genitori;

- a un figlio adolescente serve un genitore che svolga sempre il suo ruolo di padre o madre, non un amico;

- di fronte ai cambiamenti del figlio, l'adulto deve modellarsi, cambiare il suo modo di fare il genitore;

- i cambiamenti di un figlio sono spesso segnali di conquista della sua autonomia;

- se un figlio fa nuove richieste il genitore non deve necessariamente interpretarle come pretesti per allontanarsi dalla famiglia: l'adolescente deve trovare una sua identità ed un suo posto nel mondo e lo fa anche attraverso nuove esperienze;

- è bene elogiare un figlio quando raggiunge un buon risultato, con frasi come: “Siamo orgogliosi di te”;

- discutere con il proprio figlio quando si è esasperati non porta mai buoni frutti, pertanto una soluzione può essere quella di far passare la notte e poi riparlarne e comunicargli la decisione presa il giorno dopo;

- un figlio deve conquistarsi la propria libertà non in blocco, ma attraverso passaggi graduali, soprattutto in base a quanto dimostra di essere responsabile ai genitori. Pertanto un genitore non deve mai concedere permessi eccessivi al proprio figlio.

- è bene evitare di avere un comportamento autoritario. La conseguenza è che la crescita del giovane è costellata da continui conflitti con il padre e la madre che finiscono per minare la sua autostima.

Questi spunti sono come una scatola degli attrezzi per i genitori cosicché possano imparare a tirar fuori l'attrezzo giusto per ogni occasione. In questo modo il crescere insieme in famiglia non sarà più un continuo scontro tra persone che non si riconoscono più, ma il modo più bello per i figli di diventare grandi.

 

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