L'etica nello sport, il fair play e i giovani

Elisabetta Rotriquenz
di Elisabetta Rotriquenz  - Psicoterapeuta

Fare attività sportiva può aiutare in maniera significativa un giovane a costruire una propria personalità ben strutturata e assertiva, ad avere una maggiore consapevolezza di sé, delle proprie capacità psicofisiche e relazionali oltre che dei propri limiti, facilitando così il processo di autorealizzazione personale. Per questi motivi lo sport ha un grande valore educativo ed è anche un fattore protettivo per i giovani contro le situazioni a rischio (Valiani Renzetti, 2016).

Il concetto di fair play nello sport, ed in particolare nel calcio, è molto esaltato ma poco praticato. L'aspetto competitivo può annebbiare il concetto di fair play, ma questo accade solo se si perdono di vista gli altri aspetti legati allo sport e se si persegue la vittoria a tutti i costi.

Pertanto conta moltissimo l'atteggiamento dell'allenatore e degli adulti che circondano il giovane sportivo. Se questi da una parte suggeriscono di divertirsi, ma poi si arrabbiano quando il risultato atteso non viene raggiunto, allora trasmettono valori contraddittori e negativi.

La crescita equilibrata di un essere umano è composta da contenuti che si basano sull'autenticità, integrità, coerenza, regole e valori legati al comportamento dell'educatore. Infatti, ciò che conta, più di tante parole, è l'esempio.

Sempre più spesso si assiste a scene aggressive di genitori che dagli spalti inveiscono contro i figli, i compagni, gli avversari, l'arbitro o altri genitori. Indubbiamente sono genitori che hanno molte aspettative, che immaginano un grande futuro nello sport per il figlio insieme ad una notevole agiatezza economica, dimenticando l'aspetto giocoso dello sport, essenza fondamentale per un giovane (Valiani Renzetti, 2016).

D'altra parte, l'aggressività di un genitore può nascere anche dal desiderio di proteggere il proprio figlio dagli inevitabili falli che subisce durante la partita, essendo il calcio uno sport di contatto. È anche vero però che ci sono altri sport dove i giocatori si toccano, come il basket, il rugby, il football, ecc.

Perché allora solo durante le partite di calcio si manifestano tali comportamenti aggressivi? Indubbiamente la televisione ha un grande peso. Sia i giovani che i genitori hanno come esempio ciò che vedono in tv: tifo esagerato, ultras, giocatori che si offendono o che offendono l'arbitro, allenatori che perdono le staffe, ecc. Tutto ciò che viene visto in tv durante una partita di serie A, viene riproposto durante le partite di calcio di bambini e adolescenti.

Ad esempio, in provincia di Sondrio, durante una partita di calcio tra “pulcini”, cioè bambini nati nel 2006, gli animi si scaldano e alcuni genitori scatenano una rissa: bambini in lacrime, partita sospesa, torneo annullato. E articoli che, dalla cronaca locale, arrivano velocemente sulle pagine nazionali, dove viene riportata dettagliatamente la “rissa da saloon”. Sono le stesse società, esasperate dalla situazione, a richiedere un intervento duro nei confronti dei genitori coinvolti. La prima proposta è quella di un DASPO agli autori della colluttazione: procedimento paradossale se applicato ad un campetto di provincia calcato da bambini di 10 anni. La FIGC quindi opta per la scelta di iscrivere genitori e bambini ad un corso obbligatorio di fair play, tenuto da una psicologa dello sport con l'obiettivo di approfondire i temi della frustrazione, delle aspettative, delle ansie e del modello genitoriale (Niri, 17 febbraio 2017).

Un altro episodio si è verificato al campo sportivo di Ugnano, in provincia di Firenze, durante una partita di calcio valida per il campionato Allievi provinciali: genitori impegnati a picchiarsi e ragazzi, tutti intorno ai 16 anni, che corrono sugli spalti a dividerli, prendendosi pure una squalifica per aver abbandonato il terreno di gioco (Il Fatto quotidiano, 24 febbraio 2017).

Sette DASPO invece sono stati dati a genitori che hanno scatenato una rissa durante la partita dei figli tra Pietrasanta Calcio 1911 e Atletico Carrara dei Marmi A.S.D., match valevole per il campionato provinciale Giovanissimi A (La Nazione, 4 febbraio 2017).

Non si tratta quindi di casi isolati. Anzi, sempre più spesso si assiste a comportamenti deprecabili da parte di genitori che, prendendo le parti del proprio figlio, litigano con altri genitori scatenando spesso risse che fanno decadere i valori che lo sport dovrebbe rappresentare. Spesso sono futili motivi a scatenare la rabbia dei genitori: una partita passata in panchina, una sostituzione considerata sbagliata, un ruolo in campo non adatto, ecc. Questo perché ogni genitore vorrebbe vedere il proprio figlio sempre protagonista, e comunque responsabile della vittoria della squadra.

Naturalmente desiderare che un figlio raggiunga ottimi risultati è normale, ma occorre anche responsabilizzarlo.

Non bisogna mai dimenticare che un bambino, durante il suo intero processo di crescita e formazione personale, guarda, osserva e imita i propri genitori: ogni comportamento dell'adulto viene memorizzato e riprodotto. Le parole e i consigli dati dall'adulto hanno un valore davvero esiguo rispetto alle azioni che compie davanti al proprio figlio.

Per questo motivo il connubio genitori-sport è positivo per trasmettere al bambino sani valori insieme ad una corretta crescita personale e sociale. A patto che non vi sia un'alterazione di uno degli elementi che potrebbe compromettere la crescita matura e consapevole del bimbo.

Infine, lo sport è davvero utile alla crescita di un figlio solo se praticato con la giusta motivazione: l'obiettivo finale dovrebbe essere superare i propri limiti, migliorandosi sia come atleta che come persona. La vittoria o la sconfitta in una partita passa in secondo piano, l'importante è impegnarsi al meglio e divertirsi (Motricità ovale, 2017).

Purtroppo nello sport esiste anche chi perde di vista il sacrificio e la fatica, inseguendo la vittoria a tutti i costi, servendosi anche di metodi furbi che poco hanno a che fare con lo sport sano.

Sono gli adulti che devono guidare i giovani per la giusta strada. Le parole di Madre Teresa di Calcutta sintetizzano nel migliore dei modi il potere dell'esempio nei confronti dei più giovani: “La parola convince, ma l'esempio trascina. Non ti preoccupare se i tuoi figli non ti ascoltano, ti osservano tutto il giorno”.

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