La mania di essere perfetti

Enrico Maria Secci
di Enrico Maria Secci  - Psicoterapeuta

Carlo Verdone ha divertito l’Italia nel ruolo di Furio Zòccano, pignolo, ossessivo, anaffettivo e iper-controllante, e ha creato un’icona cinematografica del perfezionismo patologico col film “Bianco, Rosso e Verdone” (1981). L’avvocato logorroico e dissennato di Verdone è una rappresentazione caricaturale del perfezionista disfunzionale, l’icona divertente di un problema che, fuori dalla pellicola, grava sul benessere psicologico di molte persone.

Il perfezionismo può essere definito come la tendenza a pretendere dagli altri e da se stessi la soddisfazione di standard severi, rigidi e per lo più irrealistici in ogni ambito dell’esistenza. Nello studio, nel lavoro e nello sport, in amore come in amicizia, a casa come in viaggio, il perfezionista patologico sa distinguersi per il tormento che infligge al prossimo e che si infligge senza sosta.
La pretesa, la critica e l’insoddisfazione sono le armi micidiali della mania del perfezionista. Nulla va mai come “dovrebbe andare”, “tutto” risulta approssimativo, mediocre … e così via, nella direzione dell’infelicità.

Perfezionisti “decisi” e perfezionisti “falliti”.E’ facile riconoscere i perfezionisti alla Verdone: volitivi e dominanti, malgrado l’ipocondria, l’ansietà e il panico che perturba il quadro geometrico, inespugnabile delle loro acquisizioni. Convivono con una visione rigida di sé e degli altri e, di rado, considerano un problema psicologico le sue implicazioni psico-somatiche, che riescono a tenere a bada con ansiolitici e altro, senza fare una piega. Diversa è la condizione dei “perfezioni falliti”, quelli che si immergono così profondamente nell’illusione di essere perfetti da preferire annegarci dentro piuttosto che accettare di essere umani, e, quindi, di essere dolcemente fallibili.

I perfezionisti “falliti”, trovano nella grandiosità del sintomo la possibilità, anche se al negativo, di raggiungere quegli standard irrealistici che li vogliono speciali, al di sopra di tutti. Così, sperimentano il meglio dello spettro psicopatologico: attacchi di panico immensi, depressioni oceaniche, ritiri sociali eremitici o abbandoni di livello leopardiano. Poiché sentono irraggiungibile l’immagine di un sé costantemente efficace, efficiente, felice, agiscono inconsciamente per identificarsi nell’epica di eroi grevi, traditi dall’imperfezione della società, degli altri e del mondo intero.

Ansia, depressione, burn-out sul lavoro, inimicizie, infelicità sentimentale, isolamento sociale sono i fattori maggiormente correlati al perfezionismo patologico. Non è un caso che il tema del perfezionismo diventi centrale nella terapia con le persone che si raccontano come incapaci, inadeguate, sopraffatte dagli eventi, deluse e deludenti, mentre, allo stesso tempo, si presentano eccezionalmente curate, intelligenti a dispetto delle difficoltà che le sovrastano: relative allo studio, alla professione o alla vita amorosa.

In psicoterapia, sia i perfezionisti “decisi” che quelli “falliti”, hanno bisogno di sentirsi speciali e non tollerano cambiamenti troppo veloci, meno che mai sono disposti ad accettare una terapia breve. Sfidano il terapeuta e lo sottopongono, più o meno consciamente, a giudizi impietosi e a “prove di resistenza”, per vedere se è “perfetto” come loro vorrebbero.Mollano la terapia al primo incidente, per esempio un ritardo minimo o una dimenticanza trascurabile, ma soprattutto mollano quando si sentono troppo apprezzati.

Così, più che in altri disturbi, il trattamento del perfezionismo, “deciso” o “fallimentare” che sia, necessita di un approccio strategico, di una terapia intesa come un vero e proprio “gioco di ruolo” basato sull’alternanza e sull’empatia, su “provocazioni” misurate da parte del terapeuta, e sulla sua capacità di supportare la persona ad interiorizzare standard meno rigidi e severi per abbracciare una visione realistica, piena e liberatoria del suo essere ed  esistere nel mondo.

Enrico Maria Secci, Blog Therapy



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