Blue Whale Game: l’orribile “gioco” della morte

Maria Zurzolo
di Maria Zurzolo  - Psicoterapeuta

Blue Whale Game: il gioco della balena azzurra! Dal nome potrebbe sembrare un innocente divertimento, ma in realtà non è assolutamente così!

Si tratta di una macabra e sconcertante tendenza che arriva dalla Russia, un horror-game nel quale i partecipanti, perlopiù teenagers, devono far fronte a 50 giorni di prove violente e psicologicamente stressanti, fino all’ultimo atto sancito dal “comando” che ne decreta il “vincitore”: trova l’edificio più alto della città e salta giù!

Le indagini sono ancora in corso, ma sarebbero 130 le vittime che avrebbero perso la vita prendendo parte a quest’orribile stillicidio.

Le prove cui i “concorrenti” sono sottoposti spaziano dal guardare film horror ininterrottamente per tutto il giorno, allo svegliarsi a un orario prestabilito nel cuore della notte fino ad atti di autolesionismo e al suicidio. Ogni prova ha l’obbligo di essere documentata con video o foto condivise in rete.

Gli aspiranti giocatori sarebbero stati adescati con un messaggio di reclutamento sui social, anche sulla base dei contenuti delle loro ricerche sul web e quindi sfruttandone debolezze e insicurezze. I macabri ideatori di questo ignobile ingaggio, individuerebbero un target debole e facilmente influenzabile, spesso vittime di bullismo e cyber bullismo, o comunque soggetti vulnerabili e fragili e comincerebbero a mettere in atto una sorta di “lavaggio del cervello”: le vittime prima abilmente individuate e irretite sarebbero poi “vincolate” dalla minaccia di divulgazione di informazioni private e sensibili.

Sono inquietanti e allarmanti le dichiarazioni lasciate dai “protagonisti” sui loro profili: "questo mondo non è per noi", "siamo figli di una generazione morta" "il senso è perduto…Fine".

Queste frasi così dure e colme di rassegnazione rivelano lo stato emotivo in cui si trovano i giovani che “abboccano” a questi ami letali.

Il terreno fertile è proprio quello di una generazione sofferente e disperata, che ha necessità di:

- un riconoscimento del proprio sé, dei propri bisogni e delle proprie emozioni

- appartenere a qualcosa

- possedere qualcosa in cui credere

Sono proprio queste le condizioni che consentono quest’orribile “effetto contagio”: chi entra in questo tunnel è carico di senso d’inadeguatezza e d’incertezza e si trova mosso dal finto privilegio di essere un “eletto, dal senso di appartenenza e dall’avere almeno una alternativa, qualunque essa sia, a una situazione percepita senza via d’uscita. Non un colpo si testa o un gesto “eccitante” fine a se stesso quindi, ma una vera e propria fragilità emotiva che accompagna un disagio ben più profondo e una percezione rassegnata e senza speranza nei confronti di se stessi, del mondo e del futuro.

L’autolesionismo e il suicidio sono gesti messi in atto proprio come necessità di rendere evidente a se stessi e agli altri la propria esistenza, il proprio “esserci nel mondo” e il proprio malessere, proprio come se incidersi una balena sulla pelle avesse il compito di risvegliare sensazioni ed emozioni in una situazione ormai di torpore e di annullamento che fatica a trovare soluzione.

È la condizione di malessere e vulnerabilità in cui i giovani vivono, la disperazione, il non riconoscimento, la bassa autostima e l’umore depresso a dare una mano ai tanti avvoltoi che vogliono sbranare l’agonizzante preda.



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