Il profilo del passivo che reprime la rabbia ma che in modo subdolo è violento

Maria Zurzolo
di Maria Zurzolo  - Psicoterapeuta

La rabbia è un’emozione di base che fin da bambini viene etichettata come inaccettabile, inesprimibile e che deve necessariamente essere repressa in ogni sua manifestazione. Così come qualsiasi altra emozione però, esiste e ha necessità di raccontarsi tanto quanto ogni altra parte di noi stessi.

Molto spesso i concetti di rabbia e aggressività sono erroneamente confusi e sovrapposti come fossero sinonimi, ma è invece importante distinguerli proprio in quanto presentano caratteristiche diverse.

La rabbia è un’emozione che ci consente di proteggerci e di delinearci come persone, è un campanello di allarme che suona quando ci sentiamo vittime di una ingiustizia o i nostri bisogni non sono riconosciuti. L’aggressività è la manifestazione disfunzionale di uno stato di rabbia, è un’azione fisica o verbale contro qualcosa o qualcuno. Ad esempio essere arrabbiati ed esprimere il nostro disappunto perché abbiamo subìto un torto è sano ed è assolutamente diverso dallo scagliarsi contro l’autore dell’ingiustizia mettendo in atto comportamenti aggressivi. La libera espressione della rabbia non deve avere come obiettivo il ledere l’altro, ma ha piuttosto ha la funzione di definire se stessi, manifestando apertamente il disagio e il disaccordo su ciò che non è personalmente tollerabile.

L’aggressività agita è sicuramente molto più evidente e riconoscibile rispetto a una serie di altri atteggiamenti che risultano essere altrettanto lesivi e violenti, anche se in maniera non manifesta. Individui che non si concedono la possibilità di esprimere la propria opinione e opposizione liberamente alimentano una rabbia taciuta, proprio perché inaccettabile, che rischia di sfociare in atteggiamenti passivo-aggressivi. Tali soggetti, che imparano a reprimere i segnali emotivi non dandosi la possibilità di mostrare anche una parte di sé “cattiva”, possono adottare comportamenti di sopravvivenza quali la passività, il vittimismo, la lamentosità, la procrastinazione, le dimenticanze veicolando la rabbia senza mai esporsi, con l’obiettivo di colpire gli altri e trarre vantaggio nelle relazioni.

I passivi-aggressivi sono delle persone che non hanno sviluppato la capacità di essere assertivi, o meglio che vivono l’assertività come una possibilità di rischiare di poter compromettere le relazioni o di poter esporsi a conflitti. Ad esempio, tenere il broncio e professarsi allo stesso tempo tranquilli oppure lanciare una frecciata e poi sorridere dicendo “stavo scherzando”, sono evidenti comportamenti passivo-aggressivi che mettono l’altro nella condizione di sentirsi disorientato, arrabbiandosi a sua volta e fornendo sul piatto d’argento il ruolo di vittima a chi di fatto è un carnefice mascherato. Pertanto, il passivo aggressivo spinge il suo interlocutore ad agire una rabbia non sua, ponendosi in una condizione di martire e auto rinforzando l’assunto per cui la rabbia è di fatto un’emozione che non può e non deve essere espressa.

Alcune delle caratteristiche del tipico passivo aggressivo sono:

-          Evita di esporsi a situazioni di conflitto

-          È apparentemente accomodante

-          È ambiguo nei discorsi

-          Utilizza il ricorso a “scusa” o “stavo scherzando” per uscire da situazioni compromettenti

-          Procrastina

-          È irresponsabile e dimentica di fare le cose

-          Assume atteggiamenti non verbali di disappunto (broncio, allontanamento, malumore) dichiarando che è “tutto a posto

 

Questi soggetti, senza rendersene conto, tessono la tela nella quale rimangono intrappolati: l’omissione dei propri sentimenti e delle proprie emozioni, il non fare, la passività come atteggiamenti utilizzati per paura di essere rifiutati e il loro continuo ricorso a soluzioni all’apparenza più “accettabili”, paradossalmente avverano la profezia tanto temuta…l’altro si allontana e li abbandona!



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