Beatrice Venezi insiste: “Sono direttore, i nomi al femminile non risolvono niente, le lotte importanti sono altre”

Dopo le polemiche nate per le sue affermazioni durante il festival di Sanremo, la direttrice d’orchestra torna sul caso e conferma quanto detto senza cambiare idea

TiscaliNews

Sono anni che le femministe si battono per la declinazione al femminile dei nomi delle professioni (di quelle “altolocate” come ministre o sindache, visto che per sarte, maestre e infermiere, chissà perché il problema non si è mai posto), poi arriva Beatrice Venezi e dal palco di Sanremo spariglia le carte correggendo il conduttore Amadeus che l’aveva chiamata direttrice d’orchestra. Proprio lei che da tante associazioni femministe è stata spesso portata ad esempio come donna che ha saputo vincere i pregiudizi e affermarsi in un mondo quasi esclusivamente maschile. Le reazioni sono state indignate e a tratti furibonde ma sta di fatto che la battaglia del femminile nelle professioni non è sentita da tutte le donne perché vissuta come una questione di forma più che di sostanza. Ed è proprio questo il parere di Beatrice Venezi che, dopo avere ricevuto l’accusa di essere vittima di patriarcato introiettato, ha chiarito le sue idee in un’intervista al Correre della Sera.

“Maestra” rimanda a quella delle elementari

“L’ambiente da cui vengo è conservatore – ammette - Ci sono le figure del Maestro e del Direttore d’orchestra. La declinazione al femminile non solo non aggiunge niente, e non sento la necessità del femminile per sentirmi riconosciuta, ma ci sono dei connotati peculiari: maestra rimanda alla maestra di scuola, un altro lavoro”.

La polemica non le fa cambiare idea

Quando le si fa notare che c’era lo stesso problema con il termine ministra, che oggi è perfettamente accettato, risponde: “Capisco la posizione di chi dice che dovrei chiamarmi direttrice, secondo me non sposta l’ago bilancia”. Insomma non cambia idea e, nonostante la bufera che ha sollevato, lo ripeterebbe. “Lo rifarei. Penso che le lotte importanti, quelle che concretamente cambiano qualcosa siano altre. Se l’obiettivo è avere pari opportunità, che senso ha sottolineare una differenza di genere, dividere sempre più così da arrivare a una ulteriore disparità. Io voglio essere una tra i vari direttori d’orchestra. Nei Paesi anglofoni si dice conductor”.

Genere e nomi

Già, ma l’italiano è un’altra cosa e i nomi, salvo quelli neutri, si declinano al maschile o al femminile. E allora “potremmo puntare a un termine neutro – suggerisce - ma prima mi concentrerei sul farlo diventare un lavoro a cui possano accedere egualmente uomini e donne. Ho lavorato sodo per quello che faccio, conoscendo i pregiudizi e le difficoltà che incontrano le donne: non si risolvono declinando al femminile. È una tematica polemica un po’ sterile, penso anche per le giovani generazioni. Oltretutto credo che non ci sia niente di più potente che essere chiamata direttore e arrivare donna, con i capelli biondi e un bel vestito. Dimostro il mio valore con il lavoro”.

Forma o sostanza?

Insomma differenti punti di vista ma ciò che, soprattutto nell’accesissimo dibattito sui social, non viene perdonato a Venezi non è la preferenza espressa: un generico “mi piace di più essere chiamata al maschile”. Bensì la sua affermazione di principio: “Il mio mestiere ha un nome preciso, si chiama direttore d’orchestra”, come se la declinazione al femminile non avesse pari dignità. Mera forma o c’è anche sostanza? Il dibattito è ancora aperto.