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Teheran silenzia le proteste con stupri, condanne a morte e omicidi. Clamoroso l’arresto di due attrici famose in Iran

Le ultime vittime del regime sono Hengameh Ghaziani e Katayoun Riahi: due attrici finite in manette per i video senza velo. In Kurdistan le forze dell'ordine aprono il fuoco contro i manifestanti. Atroci testimonianze di vittime e medici

TiscaliNews

L’Iran continua ad essere travolto dalle proteste di piazza alle quali si aggiungono quelle degli sportivi con il gesto delle cestiste senza hijab seguito da quello dei calciatori che boicottano l’inno nazionale ai mondiali di Doha. La repressione delle autorità è però sempre più cruenta con arresti, torture e addirittura stupri di giovani uomini e donne arrestati durante le proteste. Clamoroso l’arresto da parte delle forze di sicurezza iraniane di due note attrici – Hengameh Ghaziani e Katayoun Riahi –  che si sono mostrate senza il velo obbligatorio e hanno espresso solidarietà con le proteste che da oltre due mesi scuotono la Repubblica islamica.

Le attrici simbolo

Per intenderci, è come se in Italia avessero arrestato Margherita Buy e Valeria Golino, le due artiste di 52 e 60 anni sono molto famose in patria per film e serie tv, e sono state convocate in procura e fermate per i loro post “provocatori” sui social media e per la loro attività di sostegno ai manifestanti sui media. Poco prima di essere arrestata, Hengameh Ghaziani ha postato un video su Instagram, in cui si mostra senza velo, per far sapere che era stata convocata dalla magistratura: “Forse questo sarà il mio ultimo post, da questo momento in poi, qualsiasi cosa mi accada, sappiate che come sempre sono con il popolo iraniano fino all'ultimo respiro”. La donna è stata arrestata per incitamento e sostegno ai “disordini” e per aver comunicato con i media di opposizione, ha riferito l'agenzia di stampa statale Irna. La settimana scorsa, Ghaziani aveva accusato il regime di aver “assassinato” oltre 50 minori.

Celebrità in arresto

Anche Katayoun Riahi è stata arrestata per gli stessi motivi: a settembre aveva concesso un'intervista a testa scoperta all'Iran International Tv, emittente invisa al regime, durante la quale aveva espresso solidarietà alle proteste scaturite dalla morte di Mahsa Amini. Ma Ghaziani e Riahi non sono le uniche celebrità iraniane che il regime cerca di mettere a tacere: le autorità di Teheran hanno inviato un mandato di comparizione a diversi vip e calciatori ritenuti colpevoli di aver espresso sui loro profili social messaggi di vicinanza a tutti gli iraniani in protesta. Tra i nomi convocati quelli delle attrici Elnaz Shakerdoust, Mitra Hajjar, Baran Kowsari, Sima Tirandaz, i due ex parlamentari riformatori Parvaneh Salahshouri e Mahmoud Sadeghi e l’ex allenatore della squadra di calcio del Persepolis Yahya Golmohammadi.

Cnn: manifestanti violentate in carcere e per le strade

Sono agghiaccianti le storie riportate dalla Cnn in un lungo reportage realizzato al confine tra l'Iran e l'Iraq e basato sulle testimonianze delle vittime, di medici e di alcuni video circolati suo social media. Secondo i reporter della all news americana ci sono stati diversi casi di violenza sessuale nei confronti di donne e, in un caso, di ragazzo minorenne. In alcuni dei casi scoperti dalla Cnn, l'aggressione è stata filmata e utilizzata per costringere le manifestanti al silenzio. Tra le storie drammatiche c'è quella di Armita Abbasi, 20 anni, arrestata a metà ottobre nella sua città Karaj, appena fuori Teheran. Una ragazza come tante, una volta iniziate le proteste ha cominciato a postare sui suoi account social delle critiche al regime iraniano, senza nascondersi dietro l'anonimato. La polizia l'ha accusata di essere una "leader delle proteste" e di aver in casa "10 molotov". Secondo le testimonianze dei medici dell'ospedale Imam Ali, dove la giovane è stata portata d'urgenza il 17 ottobre, Armita era stata "torturata e brutalmente stuprata". "Aveva la testa rasata e tremeva, hanno riferito i medici che l'hanno soccorsa rivelando gli orrori delle violenze subite dalla giovane. "Stava così male che abbiamo pensato avesse un tumore", ha raccontato uno dei dottori. La ragazza è ora detenuta nel famigerato carcere di Fardis, sempre nella sua città. La Cnn non è riuscita a contattare ne' lei ne' la famiglia.

Mondiali: tra gli spalti striscioni per la libertà delle donne

In un contesto tanto violento ci vuole coraggio anche solo per solidarizzare con chi protesta, per questo appare tanto più significativo il gesto della nazionale di calcio iraniana. Bocche chiuse, sguardo fermo, e animo in subbuglio, i giocatori della nazionale iraniana non hanno cantato l'inno della Repubblica islamica prima della partita contro l'Inghilterra ai Mondiali. Muto ma eloquente il messaggio di sostegno alle vittime delle manifestazioni duramente represse nel Paese e originate dalla morte della 22enne Mahsa Amini. Il difensore Ehsan Hajsafi aveva dichiarato ieri che la nazionale avrebbe rappresentato "la voce del suo popolo", mentre il capitano, Alireza Jahanbakhsh, aveva spiegato che i giocatori avrebbero deciso "collettivamente" se cantare o meno l'inno e, adottata la scelta, nessuno si è tirato indietro. Il gesto però  non è stato apprezzato da tutti provocando la reazione dei numerosi tifosi iraniani presenti nello stadio Al Khalifa di Doha: molti hanno fischiato e insultato i giocatori, anche a gesti; altri, invece, hanno fischiato lo stesso inno, esponendo cartelli e magliette con lo slogan del movimento, "Women Life Freedom", e sugli spalti si sono viste tifose in lacrime mentre durante la partita da alcuni settori si è alzato più volte il coro "Azadì! Azadì!" (libertà). Da sottolineare il fatto che durante l’inno iraniano, nell'altra metà campo, gli inglesi posavano il ginocchio a terra come nelle celebrazioni di Black Lives Matter.

Cestiste senza hijab

Anche le atlete della pallacanestro volevano manifestare la loro solidarietà alle proteste ma è subito intervenuta la censura: "Una foto collettiva e privata, fatta prima dell'inizio della partita ufficiale e utilizzata sulla pagina personale dell'allenatore di questo club, senza permesso". La società di basket iraniana del Kenko basket ha pubblicato sul proprio canale Instagram ufficiale una smentita all'iniziativa, riportata ieri da molti media internazionali, della squadra in posa a capo scoperto, acclusa ad un messaggio a sostegno delle donne, invitate a "tenere alta la testa", e chiuso con l'hashtag #MahsaAmini". La società confuta le ricostruzioni circolate, sottolineando che "le atlete e lo staff hanno giocato la partita con la testa coperta dallo hijab islamico" e che la cosiddetta 'rivoluzione dell'hijab' riportata da alcuni media "era basata su bugie ed era senza fondamento". Inoltre, il Kenko club sostiene anche che "i commenti dell'allenatore nella didascalia della sua pagina personale non avevano assolutamente nulla a che fare con il rifiuto dello hijab". Il messaggio è chiaro: chi parla rischia grosso, per sé e per la propria famiglia.

Dura repressione nel Kurdistan

E la repressione è forse ancora più dura nel paese d’origine della giovane Mahsa Amini: oltre 10 persone sono rimaste uccise in seguito a una dura repressione delle forze dell'ordine, che hanno aperto il fuoco sui dimostranti, negli ultimi due giorni a Javanroud e Mahabad, nella provincia del Kurdistan iraniano. Lo fanno sapere attivisti per i diritti umani iraniani mentre l'account di dissidenti 1500Tasvir ha descritto la situazione come simile a una "guerra" e ha pubblicato video in cui si vedono corpi di cadaveri insanguinati a terra nelle strade di Javanroud con persone che cercano di dare soccorso e altri che fuggono. Secondo gruppi di attivisti per i diritti umani, sono 13 le persone che hanno perso la vita negli ultimi due giorni, a Mahabad e Javanroud, durante la repressione di manifestazioni, che proseguono da oltre due mesi nel Paese dopo la morte di Mahsa Amini, 22enne di origine curda che ha perso la vita il 16 settembre dopo essere stata arrestata perché non portava il velo in modo corretto.

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