Milleunadonna

"È possibile essere così cafoni?". Lo sfogo di De Sica, la paura di Boldi e il peggio dei social

I social da specchio delle nostre esistenze si sono trasformati in un baraccone chiassoso fatto di selfie ammiccanti, balletti simil-sexy, bikini strabordanti, lussi esibiti e vite “alla vorrei ma non posso e allora ci provo”

Ma è possibile essere diventati così cafoni?". Lo sfogo contro i social e l’uso che se ne fa è di Christian De Sica che argomenta con amarezza: “Ma certe persone non si sono rotte le pa..e di pubblicare quello che mangiano, mentre ballano abbracciati e poi si odiano, le panoramiche delle discoteche tutte uguali, i tuffi dai motoscafi di lusso comprati facendo i buffi? (ovvero i debiti, in romanesco, ndr)". Il che detto da un attore che con i cinepanettoni e le commedie in cui per anni ha dato vita al personaggio del ricco-cafone, dell’arricchito volgare, del burino-arrogante, del tombeur de femme traditore incallito fa un certo effetto. Ma è anche vero che occorre distinguere la vita reale da quella sul grande schermo dove De Sica con imbattibile ironia è riuscito come pochi altri a fotografare con i suoi alter-ego i peggiori vizi italici in cui tanti di noi si sono potuti riconoscere e hanno riconosciuto amici e conoscenti.

De Sica per anni ha interpretato il ricco-cafone e il burino-arrogante

Una sparata che ha immediatamente provocato una marea di reazioni, tra chi si è subito detto d’accordo con De Sica e chi invece, scambiando l’attore con i suoi personaggi, ha pensato bene di rinfacciarglieli, nella consueta abitudine di fraintendere tutto il fraintendibile. Ma il grido d’allarme sull’uso smodato e distorto dei social non c’è dubbio che sia quanto mai attuale. Per rendersene  conto basta scorrere Instagram in questi infuocati giorni di agosto: è tutto un proliferare di lati b spiattellati in primo piano con la scusa di mostrare chissà quale luogo immaginifico dove si trascorrono le vacanze, di insalatone, gelatoni, pizze, pinse e perfino carbonare che con questo caldo ci vuole davvero coraggio. Per non parlare dell’ostentazione di alberghi da sogno, barche da sballo, feste da capogiro. Insomma, se è assolutamente comprensibile che molti di noi sui social vogliano condividere la parte più bella e positiva delle proprie esistenze, è altrettanto vero che si finisca mani e piedi sempre più nell’effetto acchiappa-like dove l’ipocrisia dilaga e le difficoltà della vita reale sono cancellate da una melassa informe e nauseabonda che consegna di noi un’immagine a dir poco edulcorata, per non dire inesistente. Il rischio è che i social da specchio delle nostre esistenze si trasformino in ingannevoli riflessi stereotipati di un baraccone chiassoso fatto di selfie ammiccanti, balletti simil-sexy, bikini strabordanti, lussi esibiti e vite “alla vorrei ma non posso e allora ci provo”.

"I social fiera della vanità di tette, lati b e muscoli foto-postati"

D’accordo con Cristian De Sica si è subito detto Enrico Vanzina, un altro che dell’italica cafoneria se ne intende per averla ritratta e presa in giro in tanti suoi film. Il regista, produttore e sceneggiatore che ha lavorato in tante pellicole proprio con De Sica ha dichiarato all’Adnkronos: “Sono d'accordo con Christian se lui si riferisce alla fiera della vanità su tette, lati B, muscoli fotopostati per far rosicare gli amici. Su questo ha perfettamente ragione". Poi però Vanzina fa un distinguo: "Ma è anche vero  che non c'è solo questo sui social. Io sono entrato su Instagram da 7 mesi e ho visto che se una persona mette dei contenuti per approfondire e parlare di tante cose, di umorismo, di cinema, di letteratura, di sentimenti, di musica, allora trova una stragrande maggioranza di persone meravigliose che comunicano affetto, persone di una gentilezza incredibile, che vogliono approfondire, persone che conoscono tantissime cose e dalle quali puoi imparare. C'è una doppia faccia della medaglia sui social, come in ogni cosa della vita”.

"Ostentare è di cattivo gusto. Ci insegnavano l'umiltà"

Insomma i social non sono il demonio. Tutto dipende dall’uso che se ne fa. Così anche Iva Zanicchi annota: “È giusto che esistano gli influencer perché siamo in una epoca in cui i social sono diventati la normalità, ma l’ostentazione la trovo davvero di cattivo gusto''. E racconta: ''Noi eravamo poveri e mia madre quando andavo a scuola con le scarpe nuove mi diceva: 'Non devi vantartene, mi raccomando”.  A me hanno sempre insegnato l’umiltà, non c’è bisogno di vantarsi di ciò che hai. Anche io vado sui social”, ha raccontato sempre all’agenzia di stampa, “ho il mio profilo Instagram ma non posto tutto quello che faccio. Capisco che la gente sogna di diventare come loro, di salire sugli yacht o di avere le ville al mare, ma questa ostentazione continua non la trovo di classe. I miei genitori mi hanno insegnato di non far pesare agli altri ciò che si ha  perché ci sono persone meno fortunate di te che arrancano e che non arrivano alla fine del mese. Quindi va bene mostrare ma non bisogna esagerare sennò si rischia di diventare volgari''.

"La dipendenza da cellulare è la cosa più preoccupante"

Per Massimo Boldi, invece, più che il rischio di cadere nella volgarità, quello che deve preoccupare è la nostra dipendenza dagli smartphone e dai social: “Si vive attaccati allo smartphone in un rapporto di totale dipendenza. Tutto il resto viene di conseguenza: i selfie a ogni piè sospinto, le foto postate di tutto ciò che si fa. Su questo Christian ha ragione", ha detto all'Adnkronos. "Il fatto è che oggi si vive una vita 'collegata' a tutto ciò che sta fuori, nello spazio di un cellulare. Basta essere a tavola con un adolescente per capirlo o in spiaggia, ovunque, e provare vera preoccupazione".

In effetti guardandosi intorno e soprattutto scrutandosi allo specchio viene difficile non notare i tanti, troppi sguardi persi dentro il cellulare, gli sghignazzamenti solitari a spiare questo o quello, i commenti acidi che spesso si appuntano  proprio su quelle stesse debolezze in cui noi stessi inciampiamo quando tiriamo indietro la pancia fino a rischiare l’effetto paonazzo pur di mostrare il meglio di noi. Che spesso purtroppo coincide col peggio.