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La vergognosa gogna mediatica verso la preside di un liceo romano. Ecco cosa c'è dietro

La vergognosa gogna mediatica verso la preside di un liceo romano. Ecco cosa c'è dietro
Due anni fa un professore di lettere di 60 anni, sposato e padre di famiglia, di un istituto tecnico in provincia di Monza fu fotografato da uno studente nel bagno della scuola mentre baciava una sua allieva di 16 anni, minorenne dunque, dopo averla corteggiata per un certo tempo. Agli approcci sessuali seguì un rapporto completo in un appartamento del professore, anche se questa circostanza è stata da lui negata ma confermata dalla studentessa. Ne seguì un processo del quale non sappiamo come sia andato a finire (ammesso che sia già terminato) perché non ha particolarmente appassionato la stampa locale e nazionale né tantomeno la prouderie dei lettori. Chi era? Il nome giustamente non è mai stato reso noto, così coma la sua immagine. Nessuna foto sbattuta in prima pagina su tutti i media e siti web, nessuna chat personale divulgata, nessun audio sputtanato in esclusiva da qualche solerte cronista, nessuna scritta sui muri di ragazzi indignati. Il professore è stato licenziato dalla scuola ma chissà che nel frattempo non sia stato pure reintegrato. Coperto dall’anonimato, avrà magari dovuto fare i conti con moglie e figli. Ma la sua privacy è stata tutelata, così come la sua reputazione e la sua vita sociale e virtuale nei tribunali dei social. E lui avrà potuto riprendere la vita di prima.
Gli articoli, in quel caso tutti piuttosto scarni, poveri di dettagli e testimonianze, e scevri da ogni perbenismo moralistico o bacchettone, sono sempre stati corredati da foto generiche di studenti ritratti di spalle o di ancora più impersonali immagini di occhiali poggiati sulle pagine di un libro aperto. E chi ha mai visto il volto o conosciuto il nome dei vari allenatori pedofili? Del professore di una scuola superiore in Calabria che è stato denunciato per molestie? Dei maestri delle elementari, degli istruttori, dei presidi pedofili? Di loro non abbiamo mai visto nessuna foto, né abbiamo saputo il nome. Nemmeno le iniziali.
Tutto cambia invece quando le parti sono invertite. Quando lo studente è un maschio e il docente o dirigente scolastico è una donna. Già perché, come sta accadendo da diversi giorni, in questo caso i tribunali mediatici, gli orrendi pettegolezzi dati in pasto in “esclusiva”, la violazione vomitevole del diritto alla privacy, il linciaggio immotivato e feroce diventano la regola. Così il caso di una preside di un liceo romano che avrebbe avuto una storia sentimentale di un mese con uno studente di 19 anni, quindi maggiorenne e consenziente, è diventata uno scandalo nazionale, con tanto di rivelazioni, indiscrezioni e violazioni continue oltre che della privacy, della dignità di una donna. In questo caso, a differenza di quello che ho citato prima, non c’è nessun reato, non ci sarà nessun processo, non sarà chiamato a giudicare nessun tribunale della nostra beneamata Repubblica fondata sul pregiudizio e il perbenismo di facciata. No. Questa è una storia che al massimo avrà una sanzione da parte dell’ufficio scolastico di competenza visto che le due persone coinvolte sono entrambe adulte e consenzienti. Eppure il processo mediatico, in particolare sul quotidiano di tradizione progressista La Repubblica, va avanti da giorni come un caterpillar. Della preside sappiamo tutto, conosciamo volto, nome , cognome, età, conosciamo perfino cosa dice e cosa scrive nella sua vita privata che tale sarebbe dovuta rimanere. Ed è facile immaginare che qualsiasi sarà l’esito delle indagini dell’ufficio scolastico regionale, ovvero che la storia sentimentale ci sia stata oppure no, la sua vita professionale e quella personale ne usciranno distrutte, demolite spietatamente, fatte a pezzi. Proprio come il corpo di Carol Maltesi, vittima di un feroce femminicidio e subito dopo di una narrazione superficiale e puritana che si è sentita in diritto di etichettarla come pornostar fin dai titoli. E lo studente consenziente? Guarda a caso di lui non si sa niente. Né il nome, né il cognome, né l’immagine. Tutelato, lui sì. Accorto e attento nel salvaguardare la sua reputazione. Magari anzi arricchendola di sganassate e vanterie presso amici e compagni verso i quali non ha esitato a divulgare i messaggi privati della preside. Niente di nuovo, si dirà. Ed è questa la consapevolezza più amara. Siamo arrivati sulla Luna, abbiamo fabbricato bombe nucleari e trovato vaccini per malattie mortali. Chissà, presto passeggeremo pure su Marte, eppure non siamo in grado di dare pari dignità alle donne. Mai. Troppi i pregiudizi, troppe le etichette con cui bolliamo le loro azioni. Ed è ancora più grave che a non saperlo fare per primi siamo proprio noi giornalisti. Si dirà che ci sono questioni più serie, che la gente sta morendo sotto le bombe, la crisi economica, le mille ingiustizie. Certo, è vero. Ma una cosa non esclude l’altra. E la dignità umana non va mai calpestata.