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Lampedusa, l'ex sindaca Giusi Nicolini: "Io e la resilienza. Mi hanno sconfitto, ma non mollo"

Lampedusa, l'ex sindaca Giusi Nicolini: 'Io e la resilienza. Mi hanno sconfitto, ma non mollo'

Trasformare gli urti della vita in esempi da condividere: quella di Giusi Nicolini, ex sindaca di Lampedusa, è sicuramente una storia di resilienza al femminile. Una storia di solidarietà e accoglienza in un piccolo lembo del Mediterraneo per la quale dopo aver ricevuto il premio Unesco per la pace, riceverà il 27 luglio anche quello del Magna Grecia Awards Gala. Una storia che mai come in questi giorni urla tutta la sua orgogliosa diversità rispetto a ciò che sta succedendo con i migranti, rimpallati dai vari Paesi europei e ricacciati indietro da porti chiusi e da politiche imperniate di rivendicazioni egoistiche, di paure e di intolleranze.

Giusi, in che cosa si sente resiliente?
“Noi donne lo siamo di base. Tutte. Allenate a superare ostacoli e a farci forza. Poi, chi come me è nata in una piccola isola di frontiera, è forgiata alla resistenza. Lampedusa pur essendo al centro del Mediterraneo è ai margini d’Italia e alla periferia d’Europa. Essere nata e cresciuta vuol dire aver avuto un’infanzia di rinunce a tante opportunità che invece sono assicurate sulla “terra ferma”, come noi lampedusani chiamiamo perfino la Sicilia”.

Ad esempio?
“Librerie, biblioteche, cose banali. Qui devi imparare a fare a meno di tante cose e a combattere per quelle in cui credi”.

Anche da sindaca è stata resiliente?
“Assolutamente sì. Mi fanno ridere quelli che oggi hanno scoperto che l’Italia è sola rispetto al resto d’Europa. Non hanno idea di che cosa vuol dire essere soli quando vivi in un posto di 20 chilometri quadrati popolato da cinquemila persone e sei il primo approdo sicuro. Solo dal 2014, con l’operazione Mare Nostrum, la prima e unica operazione dichiaratamente umanitaria, Lampedusa ha iniziato a essere un po’ salvaguardata, visto che le persone salvate in mare sono state redistribuite in Sicilia, Sardegna, Puglia e Calabria. Ma il 2011, con 60 o anche 65 mila persone sbarcate, è stato davvero drammatico per la nostra piccola isola. Allora c’era il ministro dell’interno Maroni, al quale sicuramente Salvini si sta ispirando. Maroni voleva rimpatriarli tutti in modo collettivo , cosa che non si può fare. Il vero obiettivo era quello di creare “l’invasione perfetta a tavolino” per suscitare sdegno e paura. E oggi è ridicolo parlare di solitudine dell’Italia”.

Perché?
“Non che non sia giusto pretendere dall’Europa una ripartizione equa dei migranti. Ma è proprio per questo che l’Italia deve fare prima di tutto la sua parte. Non possiamo permetterci di fare altrimenti la voce grossa con altri paesi come la Germania, la Francia, la Svezia e perfino malta, che accolgono molto più di noi. E poi tenere i migranti “parcheggiati in mare” è una follia. In questi casi in mare accade esattamente ciò che accade sulla terra ferma. Se hai un ferito in ambulnza lo porti nell’ospedale più vicino. È una questione di banale buon senso. Il prinpio di condivisione non può essere esercitato nell’atto del soccorso: perché così si fa a pugni sia con la geografia sia col buon senso. Anche perché quando sbarcano, i migranti hanno urgente bisogno di un bagno, di una doccia, di vestiti asciutti, di cibo, di acqua. Quando hai fatto quel viaggio, sei come un bamino. Sei fragile, hai bsogno di tutele e protezione perché alle tue spalle hai torture, stupri, fatica immane. Tutti i migranti sono vittime della criminalità”.

Giusi Nicolini con Barack Obama alla Casa Bianca.

Le sue parole suonano decisamente fuori moda nell’Italia di oggi che plaude alla politica dei respingimenti di Salvini. E d’altra parte l’anno scorso lei non è stata rieletta a sindaca di Lampedusa…
“Non è soltanto l’Italia a manifestare questa deriva. Ma tutta l’Europa e pure gli Stati Uniti, un Paese che è stato governato da Kennedy e Obama e che oggi ha Trump. Non c’è dubbio che la crisi economica e la paura della globalizzazione accentuino le fragilità ed esasperino le interdipendenze. Una persona che non ha fiducia nel futuro si rifugia nel suo orticello: questo avviene a livello individuale e a livello macro. Le ansie vengono azionate ed esacerbate dai populismi e dai nuovi fascismi”.

Che cosa si può fare?
“Impadronirci di nuove forme di comunicazione perché le persone di base sono disinformate. Grazie alla pervasività dei social che parlano per slogan e favoriscono l’eccesso di semplificazione. Non si tiene conto che anche i cambiamenti climatici creeranno un numero crescente di rifugiati e di profughi e innescheranno nuovi conflitti. Quello che serve è un nuovo ordine mondiale. E poi bisogna ricordare che certe politiche non pagano. L’ex ministro dell’Interno Minniti pensava di fare superman ed è arrivato ad assicurare l’80% in meno degli sbarchi, consegnando a Salvini una macchina perfetta per i suoi obiettivi. Eppure è stato sconfitto alle urne, così come il Pd. In quanto alla mia triste esperienza lampedusana, rivendico il fatto che la nostra isola fosse un faro nel Mediterraneo, che siano state salvate 300 mila persone. Ma 5 anni sono pochi per far fare un salto di qualità profondo. Io ho pagato le mie politiche sul ripristino della legalità, sulla salvaguardia del territorio. Purtroppo molto spesso i posti belli come Lampedusa sono amati dai turisti ma sfregiati dagli abitanti, che non capiscono che costruendo selvaggiamente uccidono la loro vera ricchezza e il loro stesso futuro”.

Com’è la sua vita da ex sindaca?
“Mi sono presa un anno sabbatico nel quale ho viaggiato moltissimo in Italia e anche in Africa. Ho “nomadato”, come direbbe la Meloni. Certamente essere bocciata alle elezioni mi ha dato grande amarezza, ma non è che prima mi sentissi così supportata. In molti non capivano che quello che stavamo facendo insieme era sconfiggere lo stereotipo dell’isola invasa dai clandestini. La nostra è un’isola bellissima e la gente deve saperlo. Il nostro errore? Credere che le cose potessero cambiare davvero e non che l’opinione pubblica potesse assuefarsi all’orrore”.

Pensa di ricandidarsi?
“È passato solo un anno dalle scorse elezioni e francamente mi sembra presto per fare programmi del genere. Per ora mi godo la riconquista della mia vita quotidiana, il tempo che riesco a trascorrere con i nipotini, con mio marito, le passeggiate con il cane. Ho passato cinque anni terribili. Anni in cui andavo a dormire vestita. Mi buttavo sul letto sapendo che di lì a poco il telefono avrebbe ricominciato a squillare. Sono stata travolta da fatti ed emergenze. Come dimenticare il naufragio del 3 ottobre e i 366 morti, più del terremoto d’Abruzzo? Di certo ho capito che non bisogna mai trascurare i propri affetti, perché sono quelli a darti l’energia per combattere e per andare avanti”.

Ci sono dei migranti che sono entrati nella sua vita?
“Sì, con alcuni di loro sono diventata molto amica. Come dicono loro, siamo “fratelli”. Un amico carissimo, ad esempio, è Dagmawi Yimer, ungrande regista etiope che ha raccontato in un documentario meraviglioso intitolato 2Come un uomo sulla Terra” le torture e le storture che subiscono in Libia i migranti. Bisogna uscire dallo stereotipo del clandestino stupratore e terrorista di tanti ignobili discorsi salviniani. La contro-narrazione è importante: bisogna far capire quante belle persone e quante risorse umane arrivano con i migranti”.

Di cosa sarà fatto il suo futuro?
“Ancora e sempre resilienza. Non abbandono Lampedusa, né tantomeno quei sogni che stavamo mettendo in pratica”.