Multitasking? No, grazie. Chiara Cecutti: “Le donne vanno fiere di ciò che in realtà le danneggia”

Una qualità innata o una competenza che la società ci ha costrette ad acquisire per permetterci di lavorare fuori casa? Le risposte nel libro dell'esperta life coach e counsellor

Chiara Cecutti
Chiara Cecutti

Per quanto datato sia lo stereotipo dell’angelo del focolare, le donne vivono ancora nel limbo di un’epoca di passaggio: dal focolare domestico all’ufficio, spesso senza riuscire a liberarsi della incombenze della casalinga a tempo pieno. Questo moltiplicarsi di impegni e incombenze richiede competenze molteplici che gli anglofoni amano definire multitasking. Ma le donne hanno davvero, rispetto agli uomini, la capacità innata di fare più cose contemporaneamente? E se fosse, perché essere fiere di una competenza tanto faticosa e svantaggiosa anziché farne a meno e vivere meglio? Si è posta questa intelligente domanda Chiara Cecutti, esperta executive e life coach, counsellor, inspirational e motivational speaker nel libro “Multitasking? No, grazie”, edito da Hoepli.

Noi donne siamo davvero multitasking o questo mantello da supereroine ce lo hanno cucito addosso per imbrogliarci?
“Io non sono una neuroscienziata ma mi sono documentata e devo dire che ho trovato a conferma, o in contraddizione, dell’innata dote femminile solo studi poco specifici e non informazioni scientificamente provate. In generale pare comunque che non ci sia una reale differenza tra maschi e femmine riguardo le capacità multitasking se non da un punto di vista culturale. Certo l’approccio culturale arriva da lontano ed è cristallizzato tanto da rappresentare una convinzione comune”.

Insomma come le bugie che diventano verità perché ripetute da tanti.
“Il mio non è però un trattato scientifico né vuole avere ambizioni scientifiche, è un libro scritto anche con tanta ironia che vuole essere utile alle donne, se non altro a fare una riflessione. Ammettiamo pure che la donna sia multitasking a fronte di un compagno che invece è monotasking. Niente può giustificare il fatto che una lavoratrice debba poi sobbarcarsi pure il lavoro domestico mentre il compagno sta sul divano. Certamente non tutti, non generalizziamo ma…”

Ma a giudicare dalle lamentele di parecchie donne non devo essere pochi.
“Sì, probabilmente la maggior parte delle famiglie in Italia, e forse nel mondo, vede la donna più impegnata. Certo ci sono ottimi esempi di uomini multitasking ma non dovrebbero essere esemplari più unici che rari e se lo sono è per una questione culturale e non neurofisiologica”.

Insomma ci siamo tolte l’abito da angelo del focolare per indossare quello scomodissimo di supereroine.
“E ne andiamo pure fiere. Siamo orgogliose di questo primato che per altro l’uomo non cerca di rubarci”.

Perché è più furbo magari.
“Infatti, l’uomo è ben felice di lasciarci primato. In realtà io che lavoro con le aziende posso testimoniare che l’uomo è più che capace di essere multitasking quindi se riesce sul lavoro, potrebbe esserlo anche con la famiglia e a casa. L’uomo forse ha una maggiore capacità di focalizzarsi e per questo preferisce dedicarsi a una sola cosa per volta ma è più una decisione che un’incapacità a fare diversamente”.

Quindi restiamo nell’ambito della cultura e dell’abitudine.
“Nel libro si parla di multitasking ma l’essere umano in realtà non ne è capace, quello cui ci riferiamo è il task-switching: passare da un compito a un altro più o meno velocemente. Anche la maggior parte dei computer e dei loro sistemi operativi non è multitasking ma fa task-switching con estrema velocità. Il problema è che l’essere umano quando opera in questo modo diventa inefficiente e inefficace perché perde molto più tempo. Perdiamo la concentrazione e ogni volta riconcentrarci ha un costo. L’essere umano, in termini di multitasking puro, sembra essere in grado di fare solo due cose contemporaneamente e a condizione che una sia automatica. Ad esempio posso guidare e parlare con il mio interlocutore se sono molto abituata a guidare. Poi magari perdo l’uscita giusta in autostrada. Posso fare il sugo e guardare la tv ma non siamo in grado di fare due cose cognitivamente impegnative”.

Quindi il mito della donna multitasking è, appunto, solo un mito e l’origine della mitologia è culturale.
“Esatto, ma io non dico che la donna sia incapace di svolgere di più compiti contemporaneamente, dico che è una qualità acquisita che può tranquillamente acquisire pure l’uomo. La donna è multitasking per cultura e l’uomo no, ma proprio perché la situazione si è evoluta da una condizione in cui l’uomo lavorava fuori e la donna stava a casa a badare ai figli e alla casa. Ora che la donna lavora fuori casa, non si capisce perché debba sobbarcarsi pure il lavoro domestico. Insomma possiamo essere un po’ meno perfette e chiedere aiuto o lasciare che la casa non sia proprio perfetta. Siamo essere umani con gli stessi diritti dell’uomo quindi è arrivato il momento di ripartirci i compiti e di lavorare accudendo la famiglia insieme. Invece c’è tanto che ancora ci accolliamo solo noi. Peraltro, io in questo libro non critico l’uomo. Con gli uomini collaboro, mi occupo di coaching e counseling: il mio lavoro non è certo quello di giudicare le persone o farle sentire giudicate”.

La speranza è che il suo libro funzioni come assunzione di consapevolezza.
“Sì, il mio lavoro è quello di aiutare non tanto dando dei consigli ma sollecitando delle domande alle quali se vuoi dai una risposta e se vuoi applichi un correttivo. Nel libro io metto in discussione la donna e le motivazioni che la portano a sovraccaricarsi di lavoro per arrivare a fine giornata stravolta. La domanda è se non sia il caso di cambiare qualcosa del proprio menage. Io guardo alle donne in modo estremamente tenero, non giudicante. Non vorrei mai che questo libro venisse inteso come un giudizio. È una riflessione che faccio nel modo più ironico possibile anche se su un tema tanto serio”.