Nicole Kidman e il successo di "The Undoing": ma il vero protagonista è il cappotto

È la serie tv del momento, acclamata Oltreoceano e in Europa, ma accanto a Hugh Grant, Donald Sutherland e all'eterea bellezza del premio Oscar, c'è un altro protagonista indiscusso il suo strepitoso guardaroba

Che “The Undoing – Le verità non dette” sia la serie tv di quest’anno forse è troppo presto per dirlo ma di sicuro si parlerà a lungo di questo thriller psicologico firmato Hbo che ti tiene inchiodato al divano per sei episodi e che dopo aver conquistato gli spettatori americani e inglesi ha letteralmente travolto anche noi italiani, incapaci di resistere al binge watching pur di scoprire chi avesse ucciso a martellate in faccia la nostra Matilda De Angelis, unanimamente promossa sul campo di un cast di star.

Già perché uno dei punti di forza del family drama di Sky ambientato nell’esclusivo Upper East Side di Manhattan tra tramonti glaciali su Central Park e opere d’arte disseminate nel super attico sulla Fifth Avenue, al Metropolitan e alla Frick Collection usata come luogo di meditazione pieno di simboli, è la bravura degli interpreti guidati dal premio Oscar Susan Bier: Nicole Kidman, Hugh Grant, Donald Sutherland su tutti. Ma accanto all’omicidio che sconvolge la vita apparentemente perfetta della psicoterapeuta, del marito oncologo pediatra, del loro unico figlio e del ricchissimo padre di lei, c’è un altro protagonista comprovato dalle centinaia di ricerche su Google, e cioè i cappotti della Kidman. I suoi strepitosi capispalla, lunghi e avvolgenti, stile cardigan e vagamente bohemien, dall’allure quasi ottocentesca e allo stesso tempo incredibilmente contemporanea. E i colori? Decisi, quasi assurdi in un cercato contrasto con la selva incendiaria di capelli fulvi e ricciuti che Kidman sfoggia al naturale, proprio come a inizio carriera, per espressa richiesta della Bier.

Ma ce n’è uno su tutti, quello verde pistacchio che è diventato immediatamente “il cappotto dell’anno”, il più ricercato, ma anche il più stupefacente nell’esaltare la fragilità dei nervi tesi a molla della donna che lo indossa. Bella, bellissima, eterea, un quadro preraffaellita che cammina spedito per le vie di New York “per mantenersi lucida” e inseguire i dubbi e le verità taciute e mai volute ammettere nemmeno a se stessa. “Credo che le donne abbiano visto in quei capi esattamente ciò che loro cercano. Prima di tutto, Grace/Nicole adora vagare per la città, quindi è naturale che abbia diversi capi "da esterno" belli caldi: e a chi non piace un bel cappotto? Su quello verde però, non so che dire. L’ho fatto realizzare io su misura: lungo fino alle caviglie, a ruota, con il cappuccio, nei toni dei boschi. Un pezzo in cui sentirsi protette, da mettere quando si vuole essere a proprio agio e allo stesso tempo sentirsi “giuste”. Immagino che il concetto sia arrivato al pubblico”, ha spiegato la costumista danese Signe Sejlund, sorpresa dell’incredibile clamore suscitato dal guardaroba da lei creato talmente chic e ricercato da non dover sottolineare loghi e fare sponda su stilisti di grido: Grace è nata nella ricercatezza e nell’agio e non ha nessuna necessità di sottolinearlo.

Un guardaroba che nell’abito metallizzato firmato di Givenchy, plissè e scollo laterale, il tanto da far intravvedere il seno nudo, ha il suo apice di glamour: e infatti il vestito sfoggiato dalla Kidman nella serata che cambierà per sempre la vita alla sua alter ego Grace Fraser è andato subito sold out. Poi c’è tutto il resto, abiti slim e minimali, maglioni in cachemire e camicette floreali come solo una contemporanea Primavera del Botticelli avrebbe potuto osare. Il tutto a sottolineare stati d’animo inconfessabili, dubbi atroci e maldestri tentativi di aggrapparsi a quella perfezione  di cristallo che non le appartiene più: una forza disperata e fragile che risulta seducente come non mai. Un solo favore a chi si ostina a twittare cattiverie sulla chirurgia estetica che le avrenbe devastato il volto: aprite gli occhi e se proprio non riuscite a evitare illazioni su ritocchi veri o presunti abbiate almeno l’onestà di ammettere che il lavoro, se c’è stato, è stato impeccabile.

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