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"Ammetto di aver fatto brutti pensieri": quando ti senti una mamma sbagliata. Viaggio dentro l'ultimo tabù

Scrive una mamma: "Molte volte mi sento psicologicamente distrutta. Quando dico di volermi rivolgere allo psicologo mi dicono che sono esagerata": le testimonianze

Il disegno della piccola Elena per la Festa della mamma
Il disegno della piccola Elena per la Festa della mamma

Davanti a una madre che uccide la propria bambina la prima reazione è girarsi dall’altra parte, a meno che non ci si appassioni alla cronaca nera e ai fatti più truci come se fossero la saga di “Bridgerton”, magari con tanto di popcorn mentre si inneggia al carcere a vita o peggio alla pena di morte. Troppo dolore, troppo strazio, troppo tutto per reggere una storia del genere. Quello di una madre assassina del proprio figlio è il più grande tabù che esista, di fronte al quale la mente umana, per difendersi, per salvarsi, arretra. Ma la vicenda di Martina Patti che ha colpito a morte la piccola Elena ha avuto una eco mediatica così straordinaria che non può esaurirsi soltanto nel rimbalzo di dettagli macabri. Le indagini cercheranno di ricomporre il puzzle di quei momenti drammatici di cui ora la giovane madre ha un ricordo vago e confuso. Ma non si può archiviare questa storia riportandola semplicemente alla follia che, da sola, ci viene incontro per aiutarci ad accettare qualcosa che dai più viene definita “contro natura”.

Il mito della mamma perfetta sovrasta e schiaccia molte donne

Il fatto è che diventare madre, accettare che il proprio corpo cambi temporaneamente ma soprattutto che la propria vita cambi completamente, non è una cosa banale o facile. Il mito della mamma perfetta, della genitrice sempre sorridente, accudente e accogliente ci sovrasta da così in alto che è arduo non rimanerne schiacciate o non sentirsi inadeguate e sbagliate. Basta scorrere in queste ore alcuni blog che si occupano della maternità per essere travolti da testimonianze di tante donne che aprono un varco in un altro enorme tabù, quello cioè che una madre non possa avere momenti di ambivalenza e sentimenti contradditori verso quella creatura che le ha travolto la vita, amata e allo stesso tempo vista quasi come un’“intrusa” che costringe a nuovi ritmi, a non concedersi più spazio per se stesse, a sentire che la tua vita non ti appartiene più completamente. Se poi alla maternità si aggiunge una crisi sentimentale col partner e magari una separazione dolorosa è ancora più facile sentirsi infelici, incastrate in un ingranaggio che non ti permette più “di rifarti una vita”, mentre magari il tuo ex è già altrove con qualcun altro al fianco.

La sacralità della maternità non permette di sentirti stanca e inadeguata

L’omicidio della piccola Elena per mano di sua madre, che giunge nella stessa settimana in cui ben tre donne (l’ultima uccisa con 40 coltellate) sono state assassinate dal proprio marito senza che questo facesse versare fiumi di inchiostro e di indignazione, rappresenta l’occasione giusta per guardare senza reticenze dentro la sacralità della maternità, dentro quel mito incrollabile rispetto al quale non si può mostrare debolezza, stanchezza, rabbia, solitudine o senso di inadeguatezza. Partendo dal fatto che quando a uccidere i propri figli è un padre non c’è questa generale levata di scudi, non si assiste a una gara di indignazione che sfocia in aggressività, non ci sono cori da stadio che vogliono altro sangue per punire e vendicare l’indicibile. Al blog “Mammadimerda” scrive questa donna: “Per avere mio figlio ho fatto un lungo percorso di PMA (procreazione medicalmente assistita). È stato difficile ma finalmente sono rimasta incinta e ho partorito il mio amore grande. Non nascondo però che molte volte mi sento psicologicamente distrutta. Giusto l’altro giorno ho urlato in faccia al piccolo di 4 mesi e poi mi sono resa conto di cosa ho fatto. Ho chiesto aiuto a mia madre che per tutta risposta mi ha detto che non capisce come possa avere problemi visto che mio marito “mi aiuta”. Ricordo che tornata dall’ospedale sono rimasta sola con un bambino che non faceva che urlare e non nego di aver avuto brutti pensieri. Quando dico di volermi rivolgere a uno psicologo mi danno della esagerata e mi chiedono se sono matta visto che solo i matti vanno dallo psicologo”.

Rivolgersi a uno psicologo è una pratica molto stigmatizzata in italia

Già, andare da un analista è una pratica ancora molto stigmatizzata in larga parte del Paese. Eppure non si può non notare che, proprio nel momento più difficile, quando la tua vita è cambiata e ti ritrovi a fare i conti con un esserino che te lo ricorda, suo malgrado, a ogni istante, non c’è nessuna assistenza prevista. Ci sono i corsi pre-parto, ma quelli post-parto non esistono. E non sempre purtroppo si ha la forza di parlare, di chiedere aiuto e di chiederlo alle persone giuste. Scrive un’altra donna: “L’ho voluto, l’ho desiderato ma i primi 9 mesi sono stati pesantissimi. Lui piangeva e mi sono ritrovata a pensare: mi hai rovinato la vita. Ho chiesto aiuto, mi sono appoggiata di più ai miei quando il mio compagno non c’era e ho imparato di più ad ascoltare mio figlio. Ancora adesso ho momenti di grande sconforto, ma quando mi sento sopraffatta chiamo e chiedo aiuto. E soprattutto ne parlo. Lo faccio per condividere, per normalizzare sentimenti scomodi nei confronti della sacralità della maternità. Una volta diventate mamme la società si dimentica che prima eravamo semplicemente persone con una propria quotidianità, con una propria indipendenza. Tutto viene assoggettato a questo nuovo ruolo. Invece bisognerebbe far capire che si possono rivestire più ruoli nel corso della vita e che ognuno si affianca all’altro senza escluderlo o sovrastarlo. Siamo ancora molto indietro purtroppo”.

Esistono i corsi pre-parto ma non quelli post-parto

Mamme e non più persone, donne ormai prive di una propria identità se non quella assegnata da quella nascita che di per sé deve renderti felice, appagata, soddisfatta. Questo è il copione. E invece no. Essere madri è difficilissimo. Soprattutto in una società che non accetta pensieri non conformi alla sacralità di quel nuovo status. Ma quei pensieri esistono, quei momenti di sconforto sono reali. E non c’è niente di male a raccontarli, ad ammetterli, a chiedere una mano, a far uscire quella rabbia che, se covata a lungo dentro di sé, può finire per soffocarti. O per guidarti verso un punto di non ritorno.