Perché le donne non ridono alle battute misogine e le minoranze non gradiscono il politicamente scorretto

Ultimamente il politically correct ha subito degli attacchi ironici: alcuni graditi, altri no. La differenza fra i due è resa evidente da un parallelo che riguarda le donne

Nato per difendere minoranze spesso discriminate da espressioni che possono risultare offensive, oggi il politicamente corretto, o meglio i suoi eccessi, risulta indigesto a tanti e negli ultimi giorni ha subito gli attacchi di alcuni esponenti della comicità italiana come Checco Zalone e il duo Pio e Amedeo. Niente di meglio di un po’ di sano sarcasmo per dare una spolverata a un lessico che forse si è irrigidito su formalismi stucchevoli, non la facile ironia della volgarità però. Meglio l’autoironia, come quella dello scorrettissimo video di Checco Zalone “La Vacinada”, in cui una monumentale Helen Mirren è talmente bella, dentro i suoi 75 anni, che quando si sente Zalone dire che ha “la zinna un poquito calada”, viene da ridere perché è lei, l’attrice premio Oscar, che ride di sé per prima. E poi c’è l’autoironia propria dell’autore che ha fatto del suo nome (che cozzalone: bifolco) la cifra della sua comicità: una parodia del tipico razzista, misogino e omofobo italico.

Terroni sì, froci no

Il duetto (che tanti continuano inspiegabilmente a chiamare monologo) di Pio e Amedeo, invece, ha fatto ridere tutti finché ha parlato dei terroni, e della personale “terronità” dei due comici. Ma quando hanno iniziato a parlare di “froci”, ha smesso di ridere la comunità gay, quando hanno parlato dei “negri”, ha smesso la variegata comunità di immigrati, quando hanno parlato di “ebrei”, ha smesso la comunità ebraica e tutti insieme (non tutti, per carità) si sono sentiti offesi. Perché? Lo spiego con un parallelo che mi riguarda da vicino: le battute misogine.

Le battute misogine

Arriva sempre il momento della battuta “sulle donne”, arriva al lavoro fra colleghi, nei momenti conviviali fra amici, nei pranzi di famiglia. Arriva il momento in cui uno degli uomini butta lì una frase sessista, tutte le donne si arrabbiano, inveiscono contro il maschilismo imperante ed è a quel punto che lui, il maschio ironico, svela il gioco: “Era una battuta, ci siete cascate”. E alla fine mentre loro, gli uomini, ridono, noi donne ci guardiamo in faccia una con le altre ma non ridiamo. Non ridiamo e pensiamo “che sceme, era uno scherzo e non ce ne siamo accorte!” Ma perché non ce ne siamo accorte? Forse perché per lungo tempo quella frase non è stata una battuta. E, se ci badate bene, nemmeno gli uomini presenti ridono finché chi ha parlato non avverte che si trattava di uno scherzo. Lo fanno solo quando la celia diventa evidente, perché la cultura misogina è talmente diffusa che a volte non lo sappiamo se la frase discriminatoria sia condivisa o meno.

Il senso dell’umorismo femminile

Certo, se oggi un uomo afferma che “le donne devono stare in cucina”, ridiamo subito. Ma se dice “le donne devono avere uno stipendio più basso degli uomini”, “il sedere ai bimbi lo devono pulire loro”, “quelle adatte ad accudire i vecchi sono le donne”, “se c’è penuria di lavoro è la donna che deve rinunciarci”, a queste battute non ridiamo mai finché non ci avvisate che stavate scherzando. E non ridiamo perché fino a qualche decennio fa non potevamo votare, non potevamo diventare magistrate, poliziotte, sindache, ministre, non potevamo abortire, avere potestà genitoriale e la lista è così lunga che nel frattempo ci è morto il senso dell’umorismo. Il passato da vittime della discriminazione, ma anche l’attualità, ci rende lo humor difettoso.

Dalla parte “giusta”: quella esente da discriminazioni

Perché quando si sta dalla parte giusta, quella del maschio bianco abile ed eterosessuale è facile, troppo facile, fare battute sulle donne, sui neri, sui gay o sui disabili. Ma se un comico fa una battuta alla quale il pubblico non ride perché non la capisce o non gli piace, di chi è la colpa: del comico o del pubblico? “Voi donne siete esseri inferiori”, fa ridere se lo dico io a mia sorella. Personalmente morirei dal ridere pure se lo sentissi da mio padre che ha avuto tre figlie e che, finché non è morta mia nonna (sua suocera) è vissuto serenamente con cinque femmine in casa e unico gallo del pollaio (è simpatica se lo scrivo io, ma se un uomo mi dà della gallina…)

Non spiegateci le battute

Ecco perché il duetto di Pio e Amedeo dà fastidio alle minoranze discriminate mentre la parodia della Vacinada fa ridere. Il primo era un dichiarato attacco al politically correct senza riuscirci, l’altro lo è stato senza dichiararsi. Perché quando un comico spiega le sue battute, ha perso in partenza. E così mentre i due usavano la parola "negro" o "frocio" spiegandoci che il problema sta nella cattiva intenzione e che bisogna riderci su, a noi non veniva da ridere. Perché è violenza anche questa: darti del frocio e dirti pure che ci devi ridere sopra.

L’autoironia degli altri

Sapete quando ci fa ridere la parola “negro”? Quando la usano i neri fra di loro, e così pure la parola frocio o storpio o ebreo secondo la nobile arte dell’autoironia. Quella invocata pure, a sproposito, da Pio e Amedeo. Ma autoironia è ridere di sé, non degli altri.

No alla censura

Quindi non si può più fare battute su disabili, neri, omosessuali e altre minoranze discriminate? Forse non è più tempo, forse non ci fanno più ridere. E quindi Pio e Amedeo devono smettere con i loro dialoghi scorretti? Devono essere censurati? Non sia mai: è sempre meglio una cattiva comicità della censura.