La donna dei tartufi che guida una holding da 300 dipendenti: "Che fatica affermarmi in una società maschilista"

Olga Urbani è l’amministratore delegato della Urbani tartufi. In mano a lei il 70% del mercato globale. “Non ci ha fermati neanche il terremoto”

Olga Urbani
Olga Urbani
TiscaliNews

In 150 anni la dinastia Urbani è arrivata alla quinta generazione e quella che era un’azienda dedita alla produzione dei tartufi è diventata una holding da 300 dipendenti che fa affari in 70 paesi nel mondo con un'ampia gamma di prodotti. La Urbani tartufi è una realtà economica che oggi è guidata da Olga Urbani che, a 53 anni, è l'amministratore delegato. Figlia unica di Paolo, morto nel 2010, l’imprenditrice ha raccontato a La Repubblica come funziona un’impresa che ha retto pure l'urto del terremoto: "Abbiamo ricostruito a nostre spese, non potevamo aspettare”.

Dal borgo al dominio del mercato

La casa madre del cibo per gourmet che non badano a spese è a Scheggino, un borgo di 500 anime della Valnerina –Umbria – qui ha sede la Urbani tartufi, che controlla il 70 per cento del mercato globale e fattura 60 milioni di euro con due stabilimenti in provincia di Terni, uno ad Alba in Piemonte e due grandi centri di distribuzione, a Milano e a Roma. “Il tartufo è un ecosistema delicato che ha molto a che fare con il clima – spiega Olga Urbani -, nelle annate cattive arriva a costare anche 5mila euro al chilo. Quest’anno ne abbiamo lavorato oltre 200 tonnellate raccolti nelle nostre tartufaie e acquistati in tutta Europa”. Dei 300 dipendenti, le donne sono quasi il 70 per cento, a loro è affidata l’attività paziente e certosina di selezionare e dividere i tartufi in base alle diverse dimensioni.

La formazione

Dalla scuola alla gestione dell’azienda di famiglia, Olga Urbani racconta quanta fatica ha fatto ad imporsi: “Una passione immensa, – ricorda - dai 16 anni in poi studiavo e lavoravo”. Dopo il liceo classico si è trasferita a New York per iscriversi Colombia university, e ha preso la laurea in amministrazione di aziende private con un successivo master in investimenti. “Cercavo di portare in Valnerina tutti gli insegnamenti ricevuti negli Usa, ma all’inizio è stato difficile perché le mentalità sono molto lontane. In Italia gli imprenditori sono sotto scacco, invece in America sono considerati il motore portante della società”.

Il confronto col padre

Succedere a un padre prestigioso, cavaliere del lavoro, di grande carisma e molto amato, è stato duro. “Unica femmina a confrontarmi con una mentalità abbastanza maschilista, ho lavorato il doppio per farmi strada. Non mi ha mai detto brava, tutta la vita ho dovuto dimostrare che potevo farcela a diventare un capo d’azienda. La sua era una strategia lucida, studiata a tavolino, era convinto che servisse un pungolo costante. In compenso aveva una incredibile modernità di pensiero. Quando ho deciso che dovevo portare i computer in azienda, mi ha lasciata fare, perché pur non avendo lui alcuna competenza tecnologica, aveva capito che erano il futuro”.

Il museo del tartufo

Per salvare la memoria anche quella dell’operato di suo padre, l’imprenditrice ha creato un museo del tartufo: “In una foto ci sono io a quattro anni, lui mi aveva messo in piedi sul tavolino con un tartufo bianco in una mano e uno nero nell’altra. Gli sguardi tra di noi si incrociano e sembra che lui dica: questa è la tua strada, non puoi sceglierne una diversa”. Così è stato.