Acanthoameba, il parassita terribile che mangia gli occhi dei portatori di lenti

Silvia Cogoni, che ha rischiato di perdere la vista dopo un bagno in piscina, racconta la sua terribile esperienza

Silvia Cogoni in una foto tratta da Instagram
Silvia Cogoni in una foto tratta da Instagram
di Paola Pintus

Un’infezione rarissima, il terrore di perdere la vista, quasi un anno di calvario ed infine la luce della guarigione. Ora Silvia Cogoni può nuovamente guardare il mondo attraverso i suoi occhi azzurri dopo aver rischiato di perderli a causa di una forma di cheratite molto grave causata da un parassita, l’acanthoameba che letteralmente “mangia” gli occhi di chi porta le lenti a contatto. “Se un anno fa mi avessero detto quali rischi possono essere legati al l’uso delle lenti a contatto non ci avrei creduto. Invece le precauzioni sono fondamentali per non incorrere in condizioni potenzialmente irreversibili per i nostri occhi. Pochissimi lo sanno ed è per questo che ho deciso di parlare della mia storia, per evitare che capiti ad altri”. Il calvario di Silvia inizia la scorsa estate, durante una vacanza in Portogallo. “E’ stato lì che ho iniziato a sentire i primi sintomi, curati con un banale collirio. Pensavo si trattasse di una semplice congiuntivite. In seguito le indagini mediche hanno confermato che la malattia era già in incubazione da alcune settimane”.

Dunque come è stata contratta l’infezione?
“Con ogni probabilità è successo in piscina. Ero solita portare le lenti a contatto anche in acqua ed è lì che il protozoo si trovava in agguato. Sfruttando il veicolo liquido l’acantoamoeba non ha fatto altro che incollarsi alla lente a contatto e da lì proliferare indisturbata nell’occhio. A volte non ci si pensa, ma l’acqua corrente, come quella del mare o delle piscine quando non ben disinfettata è veicolo di germi e batteri potenzialmente molto dannosi per i nostri occhi. La Cheratite da Acanthoameba è una condizione rarissima ma la cui casistica è in aumento: colpisce 2 casi ogni 100 mila ed è strettamente correlata all’uso delle lenti a contatto: infatti nell’85% dei casi proprio i portatori di lenti ne sono vittime.”

Si è trovata davanti ad una situazione del tutto inedita. Inizialmente che sintomi dava il disturbo?
“Avvertivo una forte fotofobia,  non sopportavo più la luce. Ma non pensando nulla di grave, ho preso un collirio cortisonico che in caso di cheratite purtroppo nasconde i sintomi, ma non li cura. Al ritorno dalla vacanza in ospedale a Cagliari mi viene spiegato che non si trattava di congiuntivite ma di cheratite. Ancora però non si parlava di acanthoameba. Solo in seguito ho saputo che esistono diversi tipi di cheratiti e che le forme più gravi se non riconosciute e curate tempestivamente causano danni irreversibili. Ho iniziato dunque una cura per una cheratite erpetica, che però col passare dei giorni non dava alcun risultato, anzi. La situazione peggiorava di ora in ora: stavo perdendo la vista.  A quel punto decido di rivolgermi ad una consulenza privata, ad Oristano. E lì finalmente vengo istradata nella giusta direzione: la diagnosi è cheratite amebica, ma poiché si tratta di una forma così rara non esistono colliri in commercio e non c’è una cura codificata. Occorre andare a Sassari, in clinica oculistica. E’ lì che incontro il dottor Antonio Pinna, uno specialista in malattie rare dell’occhio che mi prende subito in carico capendo la gravità del mio caso. Per prima cosa mi viene fatto un tampone corneale e viene analizzato anche il mio portalenti infetto. Confermata la terribile diagnosi, inizia subito la cura con un mix di colliri, fra cui Phnd e clorexidina più altri. Una cura che durava dalle 8 del mattino a mezzanotte”.

Quando sono arrivati i primi miglioramenti?
“Dopo 2 mesi di cure costanti l’occhio rimaneva aperto da solo. Ho iniziato a capire che stavo riacquistando la vista, i dolori erano cessati.  Ed ho iniziato a diminuire le dosi di collirio durante il giorno, con miglioramenti sempre più netti. Sono tornata ad assaporare una vita che non avevo più perché fino ad allora dovevo rimanere al buio in casa. Però poiché l’acanthoameba è un parassita molto resistente per sicurezza la cura è continuata ancora, fino a poche settimane fa. Il 21 gennaio è stato il giorno in cui ho potuto dire di essere guarita. Otto mesi di paura, dolore, ansia. Ed ora il ritorno alla vita”.

Ora Silvia intende diventare una testimone della sua disavventura per stimolare la prevenzione e la conoscenza dei pericoli delle lenti a contatto. Che consigli si sente di dare?
“Fare molta attenzione all’uso delle lenti. Bisogna usarle con la massima cautela: mai lavarsi, fare il bagno o entrare in piscina con le lenti. Mai lavare il portalenti con l’acqua del rubinetto perché l’acqua potrebbe essere veicolo di batteri. Meglio usare la soluzione unica. Mai lasciare la lente nel liquido del giorno prima, meglio asciugarsi le mani con le salviette di carta e non con il classico asciugamani che può essere anch’esso contaminato”.

Continuerà a raccontare la sua storia?
“Certamente. Ho scoperto quanto poco siamo preparati su questo tema e quanto serve parlarne. La mia testimonianza è già servita a due ragazzi che venendo a conoscenza di quanto mi è capitato hanno riconosciuto gli stessi sintomi ed hanno scoperto anche loro di avere un’infezione da acanthoamoeba non riconosciuta in prima battuta”.