Due papà e due mamme come genitori: ecco quali effetti produce sui bambini

Si è concluso pochi giorni fa a Verona il XIII Congresso Mondiale delle Famiglie (World Congress of Families, WCF) tra ferventi polemiche, improbabili gadget e contromanifestazioni in piazza. I partecipanti, fedeli al movimento antiabortista, antifemminista e anti-LGBTQI, proclamando ideali della destra radicale, cristiana e integralista, affermano che la sola famiglia da considerare tale sia quella fondata sull’unione matrimoniale tra uomo e donna, opponendosi all’aborto, al divorzio, all’omosessualità e alle coppie di fatto

Le origini del congresso

L’idea di dar vita ad un Congresso Mondiale delle Famiglie nacque a metà degli anni ’90, partendo dalla necessità di trovare un capro espiatorio per il crollo demografico di quel periodo. L’americano Alan Carlson e il sociologo e demografo russo Anatoli Antonov, condividendo l’idea di famiglia “tradizionale” e sostenendo campagne contro aborto e omosessuali, fondarono una ONG puntando il dito contro la rivoluzione sessuale e femminista. Da allora il movimento si accostò a progetti politici di estrema destra ed ecclesiastici, diventando il simbolo di tutte quelle ideologie conservatrici e intolleranti che si fanno scudo dietro l’idea di una comune moralità.

Cosa dice la scienza

Al di là dell’acceso fanatismo che muove questi gruppi estremisti, ad oggi non vi è alcuna evidenza scientifica che possa minimamente sostenere tali idee, idee basate piuttosto su una personale percezione del mondo e su ipocrite teorie fondate sulla fantomatica aspirazione verso la “famiglia del Mulino Bianco” che, come tutti sappiamo, non esiste!

Si tratta in effetti solo di ideologie conservatrici, dove il “nemico” è colui che è diverso, colui che si discosta dal personalissimo e infondato modello per cui la maggioranza di cui si fa parte è da considerare “normalità”. Ciò che emerge in maniera chiara è invece la difficoltà ad accettare novità, evoluzioni e cambiamenti, solo perché non vanno nella direzione che si vorrebbe ostinatamente seguire.

Lasciando da parte le idee personali, il sacrosanto diritto alla libertà e le sofferte lotte per i diritti civili è importante fare chiarezza su ciò che effettivamente dimostrano gli studi scientifici a riguardo.

La depatologizzazione dell’omosessualità

Già dal 1973 cominciò il processo di depatologizzazione dell’omosessualità che divenne effettivo nel 1990, quando l’American Psychiatric Association (APA) la rimosse definitivamente dalla lista delle patologie mentali incluse nel Manuale Diagnostico e Statistico delle Malattie Mentali (DSM), e nel 1992 quando l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) eliminò la diagnosi di omosessualità dalla Classificazione Internazionale delle Malattie (ICD-10), considerando tale orientamento sessuale come una naturale variante della sessualità umana. Di conseguenza, tutte le argomentazioni sull’utilità delle cosiddette “teorie riparative o di conversione” non hanno senso di esistere, proprio perché non c’è nulla da riparare, piuttosto sono ben noti i rischi prodotti da tali trattamenti per la salute mentale dell’individuo: ansia, depressione e comportamenti auto-distruttivi.

Gli effetti delle famiglie omogenitoriali sui figli

L’idea di considerare gli omosessuali non adatti alla genitorialità è stata decisamente ribaltata da studi che dimostrano esattamente il contrario. Numerose ricerche sono state realizzate per identificare possibili rischi per i figli di famiglie omogenitoriali e per valutare l’adeguatezza al compito genitoriale dei genitori gay. Questi studi hanno dimostrato che non è l’orientamento sessuale a delineare le fattezze del genitore capace o adeguato alla funzione educativa o a definirne il grado di equilibrio psichico, piuttosto sono caratteristiche come la personalità dei singoli partner, una buona relazione affettiva di coppia e l’adeguata responsività verso i bisogni del bambino a caratterizzare una famiglia “sana” (Norsa, Zavattini 1997). Inoltre non vi è conferma di alcun fattore di rischio per i figli legato all’omosessualità dei genitori, piuttosto mostrano uno sviluppo equilibrato e buone relazioni con coetanei ed adulti in percentuale sovrapponibile a quello dei figli di eterosessuali e non presentano un’incidenza maggiore rispetto all’orientamento omosessuale, né problemi legati all’identità di genere (Vaughan 2008, Tasker 2010). Così come nelle famiglie eterosessuali, anche nelle famiglie omosessuali non è l’orientamento sessuale, ma la qualità delle relazioni ad influenzare lo sviluppo psicologico, affettivo e relazionale dei bambini.

I pochi studi che ipotizzano l’omogenitorialità come causa di disagio per i figli, mostrano innumerevoli problemi metodologici e hanno raccolto forti critiche da parte del mondo scientifico, rendendone di fatto le conclusioni infondate.

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I problemi che le famiglie omogenitoriali incontrano ogni giorno sono piuttosto relativi agli effetti del pregiudizio e della stigmatizzazione sociale e per i bambini, il vero disagio non scaturisce dalla preferenza sessuale dei genitori, ma dall’atteggiamento che il contesto socio culturale avrebbe nei confronti di tale preferenza (Dèttore, Parretta, 2013).

Per tale motivo sarebbe opportuno puntare sulla prevenzione di tale fenomeno e che insegnanti, genitori e chiunque abbia a che fare con i bambini promuova l’educazione alla tolleranza e all’inclusione.

 

Bibliografia:

Per chi volesse approfondire l’argomento, l’Ordine degli Psicologi del Lazio ha messo a disposizione un’approfondita rassegna della letteratura internazionale di riferimento degli ultimi quaranta anni, non del tutto esaustiva, e alcune dichiarazioni di associazioni professionali e organizzazioni italiane e internazionali riguardanti l’omogenitorialità:

Dettore D., Parretta A. (2013): Crescere nelle famiglie omosessuali. Un approccio psicologico. Roma: Carocci.

Norsa D. Zavattini G.C. (1997) Intimità e collusione. Teoria e tecnica della psicoterapia psicanalitica di coppia, Raffaello Cortina Editore, Milano.

Tasker F. (2010), Same-Sex Parenting and Child Development: Reviewing the Contribution of Parental Gender, Journal of Marriage and Family, 72: 35–40.

Vaughan S. (2007), Scrambled eggs: psychological meanings of new reproductive choices for lesbians, Infant, Child & Adolescent Psychotherapy, 6:141-155.

 

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