Milleunadonna

“Non riesco a dimagrire, faccio la liposuzione”. Perché questa non è la soluzione e perché le diete falliscono

La primavera è arrivata, è tempo di dieta e bisogna correre ai ripari: oggi vi raccontiamo dell’eterna lotta tra il volere essere in forma e la difficoltà ad adattarsi ad uno stile alimentare più consono e salutare

Foto Ansa
Foto Ansa

Spesso ci capita di pazienti che vogliono essere sottoposti ad interventi di liposuzione, liposcultura, lipoaddominoplastica, ma che sono visibilmente in sovrappeso. A questi pazienti cerchiamo di spiegare che l’intervento chirurgico non può e non deve essere interpretato come un’alternativa alla dieta e che occorre collaborazione per poter ottenere i buoni risultati che tutti ci prefiggiamo, nell’interesse esclusivo del paziente.

Perché questi interventi possano essere eseguiti col massimo della precisione, della sicurezza e della possibilità di riuscita, occorre che il peso sia ideale o, almeno, stabilizzato.

Il problema è che molti hanno un rapporto conflittuale con l’alimentazione e, quando non sono affetti da un vero e proprio disturbo del comportamento alimentare, presentano comunque dei tratti di assenza di autocontrollo nell’accostarsi al cibo.

È proprio per questa ragione che spesso i pazienti pensano di poter delegare interamente a noi il compito di far loro ottenere i risultati che autonomamente non sono in grado di raggiungere. Chiedono a noi di sopperire alla loro forma di “impotenza”. Ci chiedono di fare tutto al loro posto.

Il nostro compito diventa allora quello di cercare di realizzare una relazione terapeutica efficace e di aiutarli ad aiutarci ed aiutarsi, passateci il gioco di parole…

In buona sostanza, dobbiamo accompagnarli nel superamento della prima fase preoperatoria: la perdita di peso ed il raggiungimento del peso ideale per sostenere l’intervento di chirurgia plastica o, addirittura, per non doverlo più sostenere!

Ma perché spesso le diete non funzionano e non garantiscono una stabilità di risultato nel tempo?

La dieta non funziona perché si chiama dieta o, peggio ancora, REGIME alimentare…

La proibizione che echeggia dietro la parola “dieta” ci porta immediatamente all’interno di un conflitto interiore, tra le parti del Sé, per utilizzare dei termini psicologici.

Il meccanismo che ci induce a desiderare ardentemente qualcosa di proibito è antichissimo…lo sperimentò già Eva quando morse la mela e ancora oggi sappiamo quanto quel veto avesse alimentato il desiderio!

Il problema alla base della dieta è che il conflitto interiore si combatte sul terreno del senso di colpa. La restrizione della dieta viene messa in atto da quelle parti di noi che trovano appagamento nella sensazione di controllo.

Il controllo, però, se vissuto in maniera eccessivamente rigida da un punto di vista psicologico, può portare alla ribellione di altre parti di noi, ovvero quelle che al contrario desiderano affrancarsi dalle istanze rigide e controllanti.

La conseguenza è un circolo vizioso generato dal senso di colpa per aver trasgredito, che genera a sua volta sentimenti di inadeguatezza e di sconfitta, i quali sfociano nell’alimentazione incontrollata, con atteggiamento spesso autopunitivo.

Il rapporto col cibo

Il rapporto con il cibo è qualcosa che si costruisce fin dalla tenera età. Il cibo non è solo nutrimento del corpo, ma in esso sono racchiusi simbolicamente dinamiche ed aspetti psicologici spesso inconsci.

Molto dipende da quanto appagante è stata la nostra relazione affettiva con le figure primarie o di quanto questa relazione sia passata attraverso un mero accudimento, con il cibo ad esempio, che per questo può essersi trasformato in elemento di compensazione di vissuti di vuoto emotivo. Provate ad immaginare ad una relazione madre-bambino dove la proposta di nutrimento sia stata costante soluzione al pianto del bambino, prima ancora che avvenisse una reale sintonizzazione con i bisogni del piccolo: sarà facile intuire come la ricerca di cibo sia qualcosa che il nostro cervello ha imparato ad adoperare a consolazione di vissuti emotivi con i quali siamo stati poco abituati ad entrare in contatto.

Non ci addentriamo nel campo di ciò che è vero e proprio disturbo alimentare, ma in ogni caso la relazione con il cibo può essere problematica per molti.

Trovare la motivazione

Ciò che può fare la differenza, al punto da mettere d’accordo le parti di noi ed evitare il boicottaggio, è muoverci spinti da una motivazione intrinseca. Questa deve basarsi su un desiderio che si poggia su un progetto di benessere della persona più ampio. Tale desiderio non deve essere legato all’occhio esterno ed è, piuttosto, fondamentale che sia mosso dal piacere derivante dalla sensazione di benessere legata ad un certo tipo di alimentazione.

A questo proposito, pensare di perdere peso attraverso una dieta eccessivamente restrittiva, difficilmente applicabile nel lungo termine, può portare a circoli viziosi che si traducono nel famoso effetto yo-yo, nonché causare impotenza a causa delle multiple mancate occasioni di raggiungere il nostro obiettivo di salute.

Se abbiamo seguito una dieta cento volte e cento volte abbiamo ripreso i chili perduti, non sarà forse il caso di cambiare strategia?

Il nostro consiglio è quello di trovare, piuttosto, uno stile alimentare adatto a noi, che preveda che il cibo possa rimanere connotato da quegli importantissimi aspetti legati al piacere; di costruire, nel tempo, uno stile alimentare che preveda di concedersi con profonda indulgenza le esperienze legate al gusto.

Quello che accade è che il legame tra alimentazione e senso di colpa porta spesso ad ingurgitare il cibo, soprattutto quello considerato proibito, senza concederci la reale possibilità di assaporarlo, di permetterci il tempo che occorre a creare piacere: una fetta di torta assaporata dall’inizio alla fine ci appagherà a sufficienza. In questo modo, si può imparare che non è più necessario obbligarsi a mangiarne mezza, in maniera non presente a noi stessi, non consapevole, come se lo si facesse con intento di celare il nostro atto alle parti più severe di noi.

Mindfullness e mindful-eating

A questo proposito può essere molto utile e interessante applicare la mindfulness (pratica di consapevolezza) al cibo, attraverso la così detta mindful-eating.

La mindfulness è una pratica messa appunto dal biologo molecolare Jon Kabat-Zinn. Essa deriva da antiche meditazioni orientali e insegna a diventare profondamente consapevoli della nostra mente. Ciò viene fatto attraverso tecniche meditative che inducono a porre l’attenzione sul momento presente, deliberatamente e senza giudizi. Essa ci aiuta ad imparare sia ad osservare i pensieri, le emozioni, e le sensazioni come stati transitori, sia ad osservare le esperienze sensoriali, mentali ed emotive senza criticarle.

Per chi avesse qualche forma di pregiudizio nei confronti delle tecniche meditative, si deve sottolineare che ci sono numerose pubblicazioni scientifiche a favore della mindfullness e della mindful eating. Esse hanno infatti suscitato l’attenzione di importantissime Università a livello mondiale, le quali le studiano con grande interesse e ne hanno comprovato l’efficacia.

Attraverso l’applicazione dei principi della mindful eating si può imparare a sviluppare nuove risorse e strategie non solo per gestire la fame nervosa, le abbuffate e la paura di mangiare, ma anche allo scopo di godere a pieno dell’esperienza sensoriale legata al nutrirsi.

Si può approcciare alla mindful eating attraverso diversi testi in commercio, corsi e workshop guidati da professionisti che applicano questa pratica (contattateci se desiderate dei consigli!).

Una prima esperienza con la mindfulness è possibile anche attraverso varie applicazioni che propongono alcune audio guide specifiche per questo tipo di meditazione.

Sviluppare la capacità di rimanere ancorati al momento presente, all’atto del mangiare, attraverso tutti i sensi, non solo può aiutarci ad abbandonare ogni forma di dieta rigida e punitiva ed a ritrovare in modo duraturo la forma desiderata, ma anche a ristabilire un rapporto sano con l’alimentazione, facendo convivere nel nostro progetto di cambiamento tutte le parti di noi: quelle che controllano e quelle che godono.