La sindrome di Peter Pan: quando crescere diventa un problema

eterno ragazzo
Foto pexel.com

Spesso mi viene in mente una favola nella sua versione originale nel libro di Barrie e non nella trasposizione edulcorata cinematografica.
La favola è quella di Peter Pan il ragazzo che ha una grande paura di crescere e di assumersi le responsabilità dell'adulto.
Peter è incapace di amare gli altri, neppure la "sua" Wendy che ha voluto portare con sé nell'Isola che non c'è.
Una storia che ha tutto quello che fa più soffrire: l'incapacità di riconoscere emozioni e sentimenti propri e dell'altro, il senso della fine, delle distanze che non si possono colmare, dell’impossibile, l'illusione che si possa giocare all'infinito.
L'esistenza del ragazzo, in fondo, non è un invito a non crescere, ma piuttosto un invito a non vivere, dimenticando, immerso nel gioco, il significato della vita stessa e del passare del tempo.
Wendy ama Peter e cercherà di persuaderlo a seguirla quando tornerà a casa.
La giovane desidera una famiglia, un avvenire, dei figli, mentre Peter può offrirle solo illusori miraggi.
Egli è prigioniero della sua essenza, dell’Isola che non c'è, non comprende i sentimenti della ragazza, né i propri, ma neppure riesce a privarsi dell'affetto di lei, provando al tempo stesso terrore per i legami e per la vita reale.
Wendy è un mix di comportamenti protettivi volti a gratificare Peter e a soddisfarne i bisogni, tutto a totale scapito dei propri.
Ma il ragazzo non percepisce nulla di questa condizione, così irrazionalmente "lontano" da non poterla comprendere.
Wendy, una volta tornata a casa, al momento dell'addio a Peter, patteggia con la madre la possibilità di andare nell'Isola che non c'è, una settimana all’anno, in primavera.
Peter si presenterà agli appuntamenti con intermittenza, non notando nemmeno i cambiamenti di Wendy che sta diventando donna.
L’ultima volta che ritornerà a prenderla, la realtà gli crollerà addosso: ella è ormai adulta, sposata e nel suo letto di bambina, dorme la figlia Jane.
In quell’infinito istante, Peter realizza che non potrà più averla, l’ha persa per sempre e, per la prima volta, si perde in un pianto di vero dolore, ma un attimo dopo, sceglie di reindossare la sua maschera, smette di essere il fanciullo innamorato e torna ad essere il folletto giocoso e crudele nella sua Isola che non c'é.
Ogni successiva primavera, terrà Jane al suo fianco e poi Margaret la figlia di Jane e così via in un circuito infinito, quasi volesse espiare la colpa che, comunque, mai Wendy gli ha fatto pesare, quella di non essersi abbandonato all’amore.
Peter rimane un "essere" indefinito, fermo alla fase della pre-adolescenza, non può crescere, né amare, condannato alla totale solitudine interiore.

La morale della favola

La morale della favola indica che, per quanto si voglia evitare, l'età adulta arriva per tutti, almeno nel corpo.
La maturità della mente, invece, è la fase in cui l'essere umano si è impadronito delle competenze emotive, sociali, cognitive e ha sviluppato l'intelligenza sociale, gli elementi necessari per compiere la propria realizzazione in campo affettivo, sociale e professionale.
Evitare di "crescere" vuol dire negarsi un mondo di possibilità e soddisfazioni e condannarsi a rimanere imprigionati in una solitudine interiore, quella che ogni essere umano teme, o dovrebbe temere di più.
In psicologia, si tratta del disturbo da immaturità psicoaffettiva, che colpisce particolarmente i maschi, dal quale, tuttavia, con spirito di sacrificio e assumendosi rischi emotivi, è possibile uscire per costruirsi una vita finalmemte gratificante e felice.

Bambino oggi uomo domani