La sindrome di Wendy: l’amore incondizionato in cambio di briciole di attenzione

Chiamiamole Wendy, crocerossine, o chissà come, comunque sia esse sono delle dipendenti affettive e come tali devono essere aiutate

Rachel Hurd Wood nei panni d Wendy Darling in 'Peter Pan'
Rachel Hurd Wood nei panni d Wendy Darling in "Peter Pan"

Di recente ho parlato degli uomini che non vogliono crescere, i cosidetti Peter Pan senza riferirmi alle loro probabili partners. Se dovessimo usare ancora il linguaggio della fantasia le chiameremmo  Wendy, dalla protagonista femminile della fiaba di Peter Pan. Un personaggio opposto ad esso, sempre responsabile, disponibile e pronta in ogni occasione a prendersi cura degli altri. E chi è affetto dalla “sindrome di Wendy” mantiene tali caratteristiche con in più le  convinzioni che la felicità degli altri dipenda esclusivamente da lei e che per meritare l’affetto e attenzioni altrui debba donare in modo incondizionato, senza limiti. Ciascuna Wendy rinuncia alle proprie esigenze pur di non rischiare di perdere la persona amata, anche quando non le viene richiesto.  E’ evidente che siamo nel campo delle dipendenze affettive.

Wendy, con le sue sconfinate attenzioni e opere di accudimento viene vissuta dai suoi partner spesso come soffocante.  A meno che non si accompagni al classico Peter Pan che si adagia sulla relazione perché trova la persona ideale per prendersi tutte le responsabilità della situazione. Fino a che naturalmente lei non chieda qualcosa di concreto ed importante inducendolo alla fuga.

Le donne con la sindrome di Wendy chiedono aiuto ad un terapeuta perché snervate dal non riuscire a cambiare il compagno, si dicono che tutto ciò che fanno per lui non serva a nulla e quando vengono lasciate per l’ennesima volta si pongono la fatidica domanda: “Perché sempre a me”?

Foto Pixabay

In realtà raramente si rendono conto che le loro modalità ridondanti e opprimenti non fanno altro che portare al fallimento relazionale o ad alti livelli di frustrazione.

Chiamiamole  Wendy, crocerossine, o chissà come, comunque sia esse sono delle dipendenti affettive e come tali devono essere aiutate. In primis a riconoscere il problema e poi a motivarle ad un profondo cambiamento personale, non a farle sperare che quello che debba cambiare sia il loro amato. Perché in fin dei conti non stiamo parlando nemmeno di vero amore, tanto vale quindi spendere tante energie appresso a missioni salvifiche impossibili.

Hanno bisogno di imparare a mettere dei confini equilibrati tra se stesse e gli altri in cui non debbano rinunciare ai bisogni personali per soddisfare quelli altrui. Necessitano  di una vera e propria educazione al benessere personale.

Sono donne che raramente o mai hanno avuto esperienze del genere, la cui vita è stata segnata da carenze affettive, abbandoni e svalutazioni personali, da cui nasce la convinzione che per essere amate bisogna sacrificarsi in tutto e per tutto. E si danno addosso quando non raggiungono i loro obiettivi relazionali.

Anche gli uomini non sono immuni da tali caratteristiche, ma a loro vantaggio va sicuramente un educazione in cui ci sono nette differenze di genere che punta a crescere donne servizievoli e, per le quali, la cura dell’altro diventa un dovere utile alla stessa realizzazione personale.