Il burro cura le ustioni? Il tetano è colpa della ruggine? L’acqua ossigenata disinfetta?

E ancora, contro le punture delle meduse serve l’ammoniaca? L’acqua di mare peggiora le ferite? La crema solare aperta l’anno prima è sempre buona?

Ferite e ustioni, quanto se ne sa su come trattarle e curarle? Quanto influiscono i falsi miti? Le ferite, intanto, si classificano come abrasioni, escoriazioni, ferite da punta, ferite da taglio, ferite lacere, ferite lacero-contuse. Le abrasioni, spiega la casa farmaceutica Angelini, sono lesioni superficiali della pelle senza fuoriuscita di sangue, a differenza delle escoriazioni. Le ferite da punta, come indica il nome, sono provocate da oggetti appuntiti; le ferite da taglio da oggetti taglienti con bordi regolari; le ferite lacere da oggetti taglienti con bordi irregolari e a volte scollati; le ferite lacero-contuse, infine, che presentano una contusione, da oggetti taglienti con bordi irregolari.

Ci sono, quindi, le emorragie causate dalla lesione di un vaso sanguigno – capillare, aorta, vena. A seconda del vaso reciso, l’emoraggia è classificata come capillare, arterosia, venosa. Nella prima, spiega Angelini, il sangue, che è di colore rosso vivo, “si raccoglie lentamente nella ferita in piccola quantità”. Nella seconda il sangue, ricco di ossigeno e di colore rosso vivo, “fuoriesce con getto evidente e intermittente in sincronia con il battito cardiaco”. Nella terza, infine, il sangue, che è di colore rosso scuro, “fuoriesce con un getto che può essere abbondante ma debole, con scarsa pressione”. In caso di forte emorragia è necessario rivolgersi a un Pronto Soccorso.

PERICOLO TETANO

Tra i rischi delle lesioni cutanee c’è il tetano, un’infezione dannosa per il sistema nervoso causata da una tossina del batterio Chlostridium tetani. Perché, allora, si pensa che sia la ruggine a causarlo, come quella di un vecchio chiodo o di un filo spinato? “Batterio e spore” spiega, ad esempio, ISSalute parlando del Chlostridium tetani “sono presenti in quantità particolarmente elevate nelle feci degli animali, soprattutto degli equini, e conseguentemente nella terra, quindi in campagna e nei giardini. Il filo spinato arrugginito, perciò, è pericoloso solo in quanto può contaminarsi facilmente, ma i graffi con le spine delle rose o di altre piante che crescono nella terra, e in generale con qualunque oggetto sporco, sono altrettanto pericolosi”. L’unica arma contro il tetano è il vaccino. Il trattamento antitetanico deve essere eseguito entro 24 ore dall’incidente, come può essere il contatto con oggetti sporchi e arrugginiti o con la terra e l’asfalto. Dopo la pulizia e la disinfezione della ferita, spiega Angelini, in caso di incertezza sulla precedente vaccinazione, è necessario, su indicazione medica, ripeterla insieme all’inoculazione di immunoglobine antitetaniche.

MEDICAZIONE DELLE FERITE

Prima di medicare una ferita, spiega Angelini, è importante contro il rischio contaminazioni igienizzare con cura le mani per poi passare al lavaggio con acqua e sapone della ferita stessa, cercando di rimuovere materiale estranei come polvere, schegge, terra, sassetti e, cosa importante, una ferita non va mai toccata con le mani, anche se pulite. Nel caso una ferita sia grave, il corpo estraneo non va rimosso per non “aggravare l’emorragia”: la guida raccomanda di tamponarla fasciandola “a monte e a valle del corpo estraneo” e di rivolgersi al più vicino Pronto Soccorso. Dopo il lavaggio la ferita va disinfettata usando preferibilmente la garza sterile in luogo del cotone idrofilo che “potrebbe lasciare nella ferita fili o piccoli frammenti”. Se il disinfettante, anche se non scaduto, è aperto da molto tempo, potrebbe non essere efficace, ricorda Angelini, che consiglia anche, nel caso non si riesca a “pulire a fondo la ferita”, di utilizzare una polvere o una pomata antibiotica.

Cosa va usato per disinfettare? Il consiglio è, in genere, di utilizzare prodotti contenenti iodio o cloro. E l’acqua ossigenata o l’alcool? Più che come disinfettante, l’acqua ossigenata viene sempre più considerata ideale per rimuovere detriti o raccogliere pus e materiale di disfacimento delle ferite. Quanto all’alcool, contrariamente all’opione diffusa, non è una buona scelta per pulire e disinfettare le ferite. Inoltre, provocando bruciore a contatto con le ferite, ciò ne fa un prodotto molto aggressivo, tanto che c’è chi non disinfetta pensando che l’unica soluzione sia l’alcool, tenuto a distanza proprio perché irritante.

Una volta asciugatosi il disinfettante, la ferita può essere coperta con garze sterili o cerotti, senza toccare con le mani, raccomanda Angelini, “la parte della benda o del cerotto che andranno a contatto con la ferita”. Per le ferite che necessitano di sutura è necessario rivolgersi al Pronto Soccorso. È vero che se lasciate all’aria aperta le ferite guariscono prima? Si tratta, in realtà, di un falso mito. Coprire una ferita significa, infatti, proteggerla da agenti patogeni e assicurarle un ambiente umido, ideale per la guarigione. Benefica per la guarigione, grazie ai suoi sali minerali, è anche l’acqua di mare, purché non contaminata da batteri e sostanze chimiche. Se di buona qualità, infatti, l’acqua marina, contrariamente a quanto si pensa, non macera le ferite ma le disinfetta, eliminando le impurità.

Dopo la medicazione di una ferita possono insorgere problemi: “Se la lesione non guarisce” spiega Angelini “se appare arrossamento, gonfiore, calore nella zona circostante la lesione, se si sente dolore o bruciore con molta probabilità c’è un’infezione ed a questo punto si rende necessario rivolgersi al medico che prescriverà la terapia specifica più idonea che potrebbe anche includere la somministrazione di antibiotici”.

CREME SOLARI E FALSI MITI 

Ustioni e scottature e altri problemi della pelle sono tipici della stagione estiva, che spesso nuotano in un mare di falsi miti. C’è, ad esempio, chi, per risparmiare, usa la crema solare dell’anno prima. Il risultato? Una protezione fantasma. Le creme solari, spiega, infatti, ISSalute, hanno generalmente un periodo di validità dopo l’apertura di 12 mesi. Nelle confezioni il periodo di tempo entro il quale un prodotto può essere utilizzato dopo l’apertura è indicato dal disegno di un contenitore aperto con il numero dei mesi di validità. Nel caso delle creme solari “utilizzare la crema residua della stagione estiva precedente” spiega ISSalute “non garantisce necessariamente l’attività di protezione dalle radiazioni ultraviolette emesse dai raggi solari, anche se l’odore, l’aspetto e la consistenza non sono cambiati”. C’è chi, invece, non usa una protezione solare perché prima dell’esposizione al sole ha utilizzato un lettino o una lampada abbronzante, pensando con questo di aver preparato la pelle mettendola al riparo dalle scottature.

Un altro falso mito vuole che la protezione solare non vada utilizzata sotto l’ombrellone. In realtà, spiega ISSalute, le radiazioni solari “riescono ad attraversare con facilità molti tipi di tessuti, compreso quello dell’ombrellone, raggiungendo la pelle”. A riflettere i raggi solari sono anche acqua e sabbia, il che significa che “indirettamente colpiscono il corpo” tanto da rendere necessaria l’uso di creme solari anche sotto l’ombrellone oltre che ogni volta che ci si bagna,  anche se il cielo è nuvoloso.

BURRO E USTIONI 

C’è chi, ustionandosi, spalma il burro sulla pelle. In realtà questa soluzione, che non ha alcun fondamento medico, è dannosa e può favorire l’insorgere di infezioni. Il falso mito nasce dalla sensazione di sollievo, anche se momentanea, provocata da una sostanza morbida, fresca e grassa come il burro. Perché il burro è, invece, dannoso? “La pelle bruciata” spiega ISSalute “ha bisogno di essere raffreddata e preservata dalle infezioni. Burro e olio non svolgono queste azioni: i grassi che contengono intrappolano il calore e fanno sì che esso continui a danneggiare i tessuti sottostanti. Inoltre, possono facilitare il passaggio di microrganismi che causano infezioni”. Questo vale se l’ustione è dovuta al sole, alla corrente elettrica, al ferro da stiro, al forno, ai fornelli, a liquidi e alimenti bollenti, a sostanze chimiche come, ad esempio, ammoniaca e acido muriatico.

Quali sono, allora, le azioni corrette da adottare in caso di ustione? “Qualunque sia la gravità del danno” spiega ISSalute “il primo soccorso consiste nel raffreddare la zona colpita con acqua corrente fredda per almeno 10 minuti. Per le parti del corpo che non possono essere immerse nell’acqua, come ad esempio il viso, si possono effettuare degli impacchi freddi utilizzando un panno pulito imbevuto di acqua. Non usare ghiaccio e non usare sostanze grasse quali olio o burro”. L’automedicazione, ricorda ISSalute, è possibile solo in caso di ustioni di 1° e 2° grado, rispettivamente le ustioni più lievi con danno superficiale e con “semplice arrossamento e bruciore dell’epidermide”, cioè, dello strato più superficiale della pelle, e con “sensibilità e dolore al contatto”, quindi le ustioni più profonde e che interessano anche il derma, provocando bolle e vesciche particolarmente dolorose e che possono lasciare cicatrici. Nel caso di queste ustioni, spiega ISSalute, “non è necessario usare disinfettanti” mentre per lenire il dolore si possono utilizzare farmaci antinfiammatori non steroidei con azione antidolorifica come, ad esempio, ibuprofene e diclonefac, oppure paracetamolo. Le ustioni più gravi, invece, necessitano di intervento medico, recandosi, in tal caso, al più vicino Pronto Soccorso.

PUNTURE DI MEDUSA

Dopo un contatto con una medusa c’è chi usa l’ammoniaca, un rimedio molto utilizzato. L’ammoniaca, in realtà, può solo peggiorare la situazione, così come urina, alcool, acetone. Con il contatto i tentacoli della medusa sprigionano una sostanza urticante che causa forte bruciore, dolore, arrossamento, gonfiore e vescicole: “Bruciore e dolore” spiega ISSalute “in genere cominciano ad attenuarsi dopo 10-20 minuti, ma rimane una intensa sensazione di prurito. Le tossine delle meduse contengono una miscela di proteine che dà generalmente effetti locali infiammatori, più raramente allergie e solo se entrano nel circolo sanguigno anche effetti cardiocircolatori e respiratori”.

Cosa bisogna fare, allora, dopo il contatto con una medusa? Per prima cosa spiega ISSalute, uscire subito dall’acqua e sciacquare con acqua di mare e non con acqua dolce che, al contrario, potrebbe causare la diffusione delle tossine, la zona colpiuta per rimuovere “parti della medusa eventualmente rimaste attaccate alla pelle”. Né aiuteranno contro le tossine pietre, sabbia o acqua calda questo perché, ricorda ISSalute, per inattivarle le prime dovrebbero superare i 50°C.

Per la medicazione ISSalute consiglia un gel astringente al cloruro di alluminio, un gel dall’azione antiprurito e in grado di bloccare la diffusione delle tossine. Se i sintomi si sono attenuati, è possibile utilizzare una crema al cortisone, che entra, tuttavia, in azione dopo 20-30 minuti dall’applicazione. Poiché una zona delle pelle colpita da una medusa è sensibile alla luce solare e tende a scurire rapidamente, contro il rischio macchie, raccomanda ISSalute, è necessario coprirla o proteggerla con uno schermo solare sino al regredire dell’infiammazione, in genere 2 settimane. Se, invece, dopo il contatto, spiega ISSalute, la reazione cutanea diventa più estesa e si manifestano difficoltà respiratorie, pallore, sudorazione, mal di testa, nausea, vomito, vertigini, confusione e disorientamento è fondamentale chiedere un intervento di pronto soccorso. Non tutte le meduse sono uguali, chi viaggia in luoghi esotici, infine, deve informarsi sulle caratteristiche delle meduse del luogo, perché, ricorda ISSalute, “possono essere molte pericolose”.

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