Come farò senza di lui?

L’affettività e l’amore fanno parte della natura umana, ma non sempre sono scontate e sane.

Recentemente mi è capitato di sentire da alcuni  pazienti in crisi con il proprio partner le frasi: "Come farei senza di lui?" -  "Se lei mi lascia la mia vita è finita". Parole pronunciate nonostante l’evidente infelicità di anni passati in relazioni malsane.

Talvolta, pur di non stare senza un compagno si preferisce accontentarsi di ciò che passa in convento. Non ci si permette nemmeno di scegliere: -troppe pretese rischiano di farci rimanere soli- meglio farsi scegliere dal primo o dalla prima che capita.

Stare insieme ad un’altra persona nel pensiero comune significa garantirsi un futuro e un progetto di mantenimento negli anni. Questo non sempre è vero. Infatti, pur dividendo una dimora con un altro può capitare di sentirsi comunque soli e di non essere affatto felici. Ciò accade quando si prova a costruire un rapporto di coppia senza riuscire ad instaurarne uno vero con se stessi e si cerca di compensare le proprie mancanze con l’altro.

Ci si sente infelici anche quando non si crea un vero rapporto con il partner per ciò che è veramente ma con la sua immagine ideale a cui si aspira prendendosi cura di lui. Vi è mai capitato di essere attirati dalle caratteristiche di un altro che poi avete provato a cambiare? Questo è un ottimo stratagemma (seppure inconscio), di non mettersi veramente alla prova all’interno di una relazione. Ed è un’ottima strategia per non stare veramente in contatto con se stessi, i propri bisogni e desideri perché troppo concentrati sull’altro per cercare di cambiarlo. Se non di salvarlo quando è una persona problematica.

Questo discorso è valido sia per le donne che per gli uomini. Anche se le prime sono più "portate" a questo tipo di legami.

Non è un caso che spesso mi venga chiesta una consulenza da compagni disperati che pretendono che io "metta a posto" il partner senza voler parlare di se stessi. E’ un po’ come andare dal meccanico perché ripari la propria auto considerato che noi non sappiamo come fare!

Ma nelle relazioni umane questo non accade, anche perché spesso, "riparare il compagno" (scusate l’orribile ma chiara espressione), significherebbe consegnare una persona che non piace più al partner. Infatti, mentre prima la relazione veniva "riempita" dalle cure verso l’altro, se esso guarisce gli equilibri della coppia vengono del tutto cambiati e chi "curava", prendiamo il caso di una crocerossina, non saprebbe più che farsene di un compagno "guarito". Dove verrebbero incanalate tutte le energie spese a cambiarlo? Sarebbe una tragedia perdere il ruolo di salvatore della coppia! Si potrebbe essere costretti a fare i conti con il vuoto che lascia la guarigione dell’altro!

Ciò che rispondo io alle persone che mi chiedono di far guarire il partner perché altrimenti non saprebbero che fare, è che la coppia non può essere salvata se prima non si salvano i singoli componenti. Se all’interno della relazione si è concentrati solo sul prendersi cura del compagno verrà instaurato un annullamento delle personalità dei singoli e nessuno riuscirà ad esprimersi per quello che è e che sente veramente.

La coppia non deve formarsi perché l’uno deve colmare le carenze dell’altra ma perché insieme si riesca ad esaltare i tratti migliori dei componenti, sentendosi totalmente liberi di esprimersi.

Mi spiace molto sentire che un individuo viva con il pensiero di non poter andare avanti senza l’altro. Affinchè questo non accada ci si deve sentire  integri e capaci di affrontare le avversità, che purtroppo la vita non ci risparmia. Se manca il senso di completezza in una persona essa non riuscirà davvero ad andare avanti senza l’altro.

Con questo non voglio sminuire la perdita di un compagno, che inevitabilmente crea una forte mancanza, voglio dire però che ognuno dovrebbe avere un bagaglio personale tale da poter riuscire ad affrontare e colmare il vuoto lasciato dalla fine della relazione.