Se l'anima gemella è un ologramma il fenomeno della fictosessualità e i feticisti virtuali

Un feticcio non può tradire, non può criticare, non può morire. Perciò l’angoscia abbandonica e i sentimenti di inadeguatezza fanno preferire l’ologramma

Se l'anima gemella è un ologramma il fenomeno della fictosessualità e i feticisti virtuali
Foto Instagram @akihikokondosk

Il matrimonio più chiacchierato del momento è quello tra un impiegato giapponese di 38 anni, Akihiko Kondo e la cantante pop Hatsune Miku. Nulla di eclatante, se non fosse che la sposa è un ologramma dai capelli turchesi e dagli abnormi occhi da manga; un prodotto dell’intelligenza artificiale che interagisce con l’utente umano attraverso un dispositivo chiamato Gatebox. 

Grazie a questo generatore di ologrammi ideato per giovani single nipponici, al prezzo di 1300 dollari il signor Kondo ha ordinato la sua anima gemella virtuale, salvo poi innamorarsene realmente. Al punto di acquistare la bambola di Hatsune a grandezza naturale e di sposarla!

La fictosessualità

In un’intervista al New York Times, l’uomo si è fatto portavoce di una comunità emergente di uomini e donne “fictosessuali” che si innamorano di personaggi immaginari (spesso soggetti di manga e videogame) verso i quali percepiscono pervasivi e intensi sentimenti di tenerezza, passionalità e appartenenza.

Secondo la testata americana, le nozze dell’impiegato con l’ologramma rappresenterebbero l’espressione apicale di un movimento socio-culturale ampio e controverso di decine di migliaia di persone nel mondo, un movimento destinato a crescere in misura direttamente proporzionale alla diffusione dell’intelligenza artificiale e al perfezionamento delle sue tecnologie. 

Infatti, la capacità interattiva degli ologrammi come la novella sposa-manga di Kondo risulta sempre più realistica e gratificante per l’utente, che potrebbe delegare all’entità informatica la gratificazione dei suoi bisogni affettivi e sessuali e disinvestire da altri esseri umani le proprie pulsioni amorose ed erotiche.

Tra dipendenza tecnologica e feticismo relazionale

Come psicologo e psicoterapeuta, dubito fortemente che coniugarsi con un ologramma abbia a che fare con ‘un nuovo orientamento sessuale’ e meno che mai c’entri qualcosa con l’amore. Piuttosto, mi sembra che la “fictosessualità” sia una combinazione tra dipendenza tecnologica (l’uso ossessivo compulsivo di internet, video giochi e affini) e una sorta di feticismo relazionale, che consiste nel colmare l’assenza di un soggetto d’amore, un essere umano, attraverso un oggetto sostitutivo, un feticcio informatico o un bambolotto.

I motivi della “fictosessualità” potrebbero derivare dall’alienazione sociale crescente nelle nostre culture, da una profonda paura del rifiuto, della solitudine e dell’abbandono e da esperienze soggettive interpersonali sfavorevoli. Tutti fattori che complicano il processo d’integrazione dell’individuo e possono renderlo evitante o fobico verso le relazioni empatiche e intime con altre persone. 

Un feticcio non può tradire, non può criticare, non può morire. Perciò l’angoscia abbandonica e i sentimenti di inadeguatezza dell’individuo in difficoltà gli fanno preferire il feticcio all’umano, l’ologramma alla persona. Non importa che il prodotto della realtà virtuale, per quanto interattivo, sia incapace di una reale reciprocità e di amare a propria volta, il “fictiosessuale” è più spaventato dal contatto interpersonale che dall’impossibilità di essere autenticamente ricambiato dal feticcio.

Il caso delle nozze tra l’impiegato e l’ologramma fa pensare che esista una proporzionalità inversa tra il progresso tecnologico e lo sviluppo dell’intelligenza emotiva: più progettiamo automi intelligenti, meno sappiamo relazionarci a noi stessi, agli altri e al mondo con empatia e con realismo. I segnali di questa pericolosa correlazione arrivano anche dall’utilizzo compulsivo di social media come Instagram per edulcorare la propria e altrui immagine e l’impoverimento della comunicazione faccia a faccia, in favore alle interazioni con mezzi virtuali.

Insomma, stiamo avanzando a grandi passi verso una società del “come se”, una società in cui l’edulcorazione e la contraffazione di se stessi e delle relazioni rischia di diventare una prassi, al punto che si preferisce convolare a nozze con un replicante e inventare un “nuovo orientamento sessuale”, anziché andare urgentemente in psicoterapia.