Ipocondria o dell’angoscia di lottare contro patologie fantasma

Tra le cause ci sono storie di lutto e malattie, mentre, con il consumo di sostanze psicoattive, è considerata eredità del lockdown ai tempi del Covid-19

Ipocondria o del vivere nell’angoscia di soffrire di gravi patologie. Uno stato d’ansia – l’ipocondria è, infatti, anche chiamata disturbo d’ansia da malattia – causato dalla convinzione di essere malati o dalla paura di esserlo. Paura e convinzione ingiustificate che portano a dissipare tempo ed energie, impattando, così, sulla qualità della vita. Nell’ipocondriaco l’allarme scatta anche quando sente parlare per la prima volta di una malattia: ce l’avrò anch’io?

TRAME MENTALI

L’ipocondriaco convinto di soffrire di una qualche patologia disegna trame: sono malato, chi mente è il medico, che mi nasconde qualcosa o il laboratorio di sicuro s’è sbagliato, devo fare un altro esame. Per avere una conferma della patologia (che non c’è) questo ipocondriaco può, infatti, bussare a tante porte, passando da un medico all’altro, tempestare di telefonate il Pronto Soccorso, se non quando recandovisi a ogni ora del giorno e della notte, in un crescendo di interpretazioni erronee, non suffragate da alcuna valutazione medica, di segni e sintomi che per lui sono spie inequivocabili di malattie. L’ipocondriaco, infatti, è costantemente sintonizzato sulle funzioni corporee, sulle alterazioni fisiche, sulle sensazioni fisiche, che di volta in volta interpreta, distorcendole: cammino male e perdo l’equilibrio, ho di sicuro la sclerosi multipla (quando, invece, potrebbe trattarsi di banale stanchezza) o ancora mi fa male il ginocchio, sarà in cancrena, devo amputare la gamba (quando, in realtà, il ginocchio potrebbe essere indolenzito per l’umidità, un urto o una caduta).

Ipocondria © Easy Health Options

CYBERCONDRIA

Nell’era di Internet un simile ipocondriaco è anche digitale, tanto che ormai si parla di cybercondria, con la rete che viene compulsata per avere conferma di una patologia (che non c’è). Per l’ipocondriaco digitale, chiamato cybercondriaco, più che un medico in carne e ossa è sempre meglio chiedere al dottor Google. Questo ipocondriaco, ossessionato da alcuni segnali del corpo, navigando in rete arriva ad autodiagnosticarsi una malattia. Se in rete, ad esempio, il mal di testa è associato con frequenza al tumore al cervello, il cybercondriaco con mal di testa tenderà ad amalgamare il proprio pensiero con il risultato più frequente: ho mal di testa, questo significa che ho un tumore al cervello. Il cybercondriaco, forte dell’autodiagnosi, si recherà allora da un medico da cui s’aspetta la conferma di ciò ch’egli dà già per certo. Se il medico non lo farà, dopo aver tentato di ostacolare in tutti i modi una serena diagnosi medica, il cybercondriaco tornerà a compulsare Google. Sui social gira, ad esempio, una vignetta con la schermata del famoso motore di ricerca: ho un leggero fastidio, googlo, penso che morirò, vado dal dottore, il dottore dice che non è niente” e poco in basso, all’interno della mascherina di ricerca, perché il dottore mi sta mentendo.

C’è poi il cybercondriaco che fa il percorso inverso: prima la visita medica, poi il dottor Google, l’unico che potrà confermare la certezza della malattia. In tal senso il dottor Google è per l’ipocondriaco una comfort zone. Non sono, invece, da considerare cybercondriaci coloro che, soffrendo davvero di una patologia, scandagliano la rete per saperne di più.

Cybercondria © PxHere

PAURA DELLA MALATTIA

C’è poi l’ipocondriaco che ha paura di scoprirsi malato. Questo ipocondriaco non chiede aiuto, si tiene tutto dentro, non fa esami diagnostici, scappa dai medici – anche dal dottor Google –, da cliniche, laboratori, ospedali per timore di scoprire che soffre di una grave patologia. Per questo ipocondriaco meglio arrovellarsi nel dubbio piuttosto che essere schiacciato dal macigno di una diagnosi nefasta. Come di vede, l’ipocondria oscilla tra un’eccessiva richiesta di assistenza e una sua negazione.

CAUSE DELL’IPOCONDRIA

Quali sono le origini dell’ipocondria? “Una storia di vita” spiega, ad esempio, l’Istituto A. T. Beck “connotata da esperienze negative legate alla salute (per esempio, familiari e/o conoscenti con seri problemi di salute), aver sviluppato una malattia in passato, aver avuto esperienza di malasanità e di errori diagnostici, ecc.) può aumentare la predisposizione ad avere un’eccessiva preoccupazione per le malattie, perché si può sviluppare la credenza di essere vulnerabili e considerare la malattia maggiormente probabile e associata a dolore e morte. Questa convinzione di essere fragili, vulnerabili e predisposti alle malattie determina quindi la convinzione di ‘doversi preoccupare’ per la propria salute”.

DIAGNOSI E TERAPIA

Per diagnosticare l’ipocondria ci si basa sui criteri della quinta edizione del Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders, il manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali della American Psychiatric Association. La terapia può essere di tipo farmacologico, con la somministrazione di antidepressivi triciclici o SSRI, gli inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina, o psicoterapeutico, attraverso la psicoterapia cognitivo-comportamentaleo, o una combinazione di tutti e due. La terapia farmacologica, solitamente adottata nei casi più gravi, è spesso considerata come supporto alla psicoterapia. La psicoterapia cognitivo-comportamentale è da tempo riconosciuta come un trattamento particolarmente efficace contro l’ipocondria questo perché, spiega l’Istituto Beck, consente di “modificare i pensieri disfunzionali e interrompere i processi di mantenimento (come i controlli e le richieste di rassicurazione) relativi all’eccessiva preoccupazione per la salute” nonché di “costruire delle credenze alternative alla visione di se stessi come fragili, deboli e vulnerabili alle malattie”.

IPOCONDRIA E LOCKDOWN  

La psicologa e psicoterapeuta Micol Lucantoni e la psicologa Annalisa Furiani si sono, ad esempio, chieste in un'analisi per l’Istituto per lo Studio delle Psicoterapie quanto le peculiarità della pandemia ai tempi del Covid-19 e l’adozione di misure restrittive abbiano potuto favorire la comparsa e lo sviluppo dell’ipocondria in soggetti già predisposti, in un clima già di per sé viziato dalle notizie ripetutamente veicolate dai mass media attraverso l’utilizzo di una “narrazione angosciante” tale da pesare sul “distress psicologico generale” aumentando con ciò “i vissuti di ansia”. Le due psicologhe hanno individuato i fattori di “stress psicologico” legati alla pandemia che potrebbero aver contribuito allo sviluppo dell’ipocondria, cioè, la “paura di essere contagiati e morire”, l’evitare le strutture sanitarie “per paura di contrarre il virus durante le cure”, il “sentirsi impotenti nel proteggere i propri cari”, nonché “la paura di perderli a causa del virus”, il timore di “infettare gli altri”, la paura di “essere esposti a lutti traumatici ed improvvisi”.

Paura del virus © Pixabay

Ad alimentare la paura, per le due psicologhe, anche i sintomi comuni ad altre malattie come l’influenza, scambiati per Covid-19. “Nel caso dell’ipocondria concentrata sull’ipotesi di contrarre il Coronavirus” hanno spiegato “l’attenzione percettiva dell’individuo è rivolta ai sintomi ed ai segnali fisici connessi al virus (ad esempio mal di gola, riduzione del senso del gusto o difficoltà respiratorie) e alle modalità comportamentali messe in atto per esercitare un controllo sul proprio corpo (ad esempio una continua misurazione della temperatura). Tali comportamenti, tuttavia, non fanno altro che aumentare lo stato di apprensione emotiva ed il pensiero catastrofico ad ogni rilevazione (normale o alterata che sia) poiché il processo cognitivo che sta alla base è rappresentato dal dubbio costante (‘e se avessi contratto il virus?’) seguito dall’immaginazione di scenari disastrosi (ad esempio immaginarsi intubati nel reparto di terapia intensiva). Il periodo di emergenza sanitaria, dunque, ha certamente comportato nella popolazione l’innalzamento della soglia di ansia per l’incertezza e la pericolosità di un evento improvviso come quello della pandemia, ma ha anche esacerbato le difficoltà psicologiche di quei soggetti già predisposti ad un atteggiamento ipocondriaco”.

Per chi già soffriva di ipocondria il lockdown è stato considerato l’apice della loro crisi, anche se molti ipocondriaci hanno potuto ricevere aiuto grazie a sedute di psicoterapia in remoto utilizzando piattaforme per videoconferenze.

LOCKDOWN E SOSTANZE PSICOATTIVE 

L’ipocondria non è la sola eredità del lockdown ai tempi del Covid-19. Il sistema nazionale di allerta precoce sulle nuove sostanze psicoattive coordinato dall’Istituto Superiore di Sanità ha, ad esempio, individuato nel periodo maggio-ottobre di quest’anno 33 nuove sostanze psicoattive in circolazione illecitamente dopo il lockdown, registrando, contestualmente, un picco di intossicazioni. Tra le sostanze individuate e sequestrate due nuovi cannabinoidi sintetici: il MDMB-4en-PINACA e il 4F-MDMB-PINACA. Le nuove sostanze psicoattive o NPS sono ormai un problema di sanità pubblica, spiega l’Istituto Superiore di Sanità, questo nel loro accostarsi e spesso sovrapporsi alle droghe tradizionali come eroina, cocaina, cannabis e la famiglia delle amfetamine, che “continuano ad essere monitorate e rilevate su territorio nazionale, sempre più frequentemente adulterate anche con le NPS o a concentrazioni elevate del principio attivo”.

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