La Sindrome di Stendhal: quando l'arte suscita angoscia ed emozioni troppo forti

L’amore per l’arte può essere una dote innata, può essere coltivata sin da piccoli grazie ad insegnanti lungimiranti o a genitori appassionati oppure può giungere in età adulta grazie ad un incontro fortuito con questo mondo. Le ragioni che spingono ad appassionarsi all’arte sono tante come molteplici sono i motivi per cui tante persone ne rimangono estraniate. Chi ha questa passione sin da piccolo e ha il modo di coltivarla si può ritenere una persona molto fortunata; anche se il privilegio più grande non è essere spettatori ma creare l’arte, talento che solo pochi purtroppo possiedono. L’arte può svilupparsi nelle più svariate forme creative di espressione estetica puntando a trasmettere emozioni che cambiano in base alle caratteristiche del soggetto che le recepisce. Esempi di produzioni artistiche comprendono la pittura, la scultura, l’architettura, la musica, la poesia, la danza, il cinema, ecc.

L’aspetto psicologico ha un grande peso nell’ambito artistico in quanto un’opera d’arte è spesso elaborata in un periodo particolare della vita dell’artista e ciò lo rende ancora più capace di trasmettere emozioni. Di particolare interesse sono le reazioni emotive delle persone che si trovano ad ammirare opere d’arte. Infatti, in psicologia esiste una particolare reazione correlata al mondo dell’arte, denominata Sindrome di Stendhal.

La Sindrome di Stendhal o Sindrome di Firenze è così denominata perché quando nel 1817 lo scrittore francese Stendhal (nom de plume di Marie-Henry Beyle) si recò nel capoluogo toscano per visitarne le opere d’arte, visse un’esperienza di estasi incredibile e mai provata prima di fronte a tanta bellezza e manifestazione dell’arte. Infatti, nel suo libro “Roma, Napoli e Firenze. Viaggio in Italia da Milano a Reggio” che scrive durante il suo viaggio in Italia è degna di nota questa frase scritta dopo la visita alla Basilica di Santa Croce a Firenze: “Là, seduto su un gradino di un inginocchiatoio, la testa abbandonata sul pulpito, per poter guardare il soffitto, le Sibille del Volterrano mi hanno dato forse il piacere più vivo che mai mi abbia fatto la pittura. Ero già in una sorta di estasi, per l’idea di essere a Firenze, e la vicinanza dei grandi uomini di cui avevo visto le tombe. Ero arrivato a quel punto di emozione dove si incontrano le sensazioni celestiali date dalle belle arti e i sentimenti appassionati. Uscendo da Santa Croce, avevo una pulsazione di cuore, quelli che a Berlino chiamano nervi: la vita in me era esaurita, camminavo col timore di cadere”.

In pratica, si tratta di un disturbo psicosomatico transitorio che si manifesta con forme di attacchi di panico, di carattere depressivo-euforico e di dispercezione del mondo esterno che diventa persecutorio; i sintomi più comuni sono: tachicardia, giramenti di testa, vertigini, confusione e allucinazioni in seguito all’esposizione ad opere d’arte particolarmente belle, significative e concentrate in uno spazio limitato. Ha un’incidenza piuttosto bassa e colpisce principalmente turisti europei o giapponesi, mentre gli italiani solitamente ne sono immuni per affinità culturale. È una sindrome che capita spesso a Firenze data l’alta percentuale di opere presenti nella città. Spesso la crisi si manifesta quando la persona sta visitando un museo e rimane in una forma di estasi contemplativa delle opere in esposizione trascendendo l’immagine che ha di fronte fino a immedesimarsi nell’opera stessa. È frequente in persone sensibili, emotive, facilmente suggestionabili e che hanno molta immaginazione. Infatti durante la crisi, “si animano vicende profonde della realtà psichica e si riattiva la vitalità della sfera simbolica personale. E il viaggio diventa pure, nella sue soste tanto attese nelle città sognate, un’occasione di conoscenza di sé” (Magherini, 1989).

È interessante riflettere sul funzionamento della mente nel viaggio e nel confronto fra sé e l'opera d’arte. In particolare le opere che possono generare la Sindrome di Stendhal sono diverse a seconda di chi le ammira, anche se si è notato come sia più probabile che il disturbo si verifichi di fronte ad opere cariche di significati simbolici, ambivalenti, sensuali e perturbanti che possono andare a toccare aspetti dell’inconscio inesplorati o rimossi. Infatti le caratteristiche peculiari del linguaggio dell’arte possono far emergere elementi della storia del soggetto, riportando alla luce esperienze emozionali rimosse dall’inconscio o anche aspetti di se stessi non chiariti. Per questo motivo la persona costretta dall’esperienza estetica ad avere questo impatto con il suo mondo interiore può reagire negativamente e manifestare segni di disagio (Magherini, 1989). Infatti, chi inizia a soffrire della Sindrome di Stendhal non gode della bellezza estetica del capolavoro artistico, ma piuttosto cade preda dell’angoscia, aspetto che indica una difficoltà a gestire le emozioni che esulano dal proprio mondo interiore. In pratica vi sono tre variabili che si intersecano: il viaggio, seppur perturbante, la bellezza dell’arte e la storia personale. La Sindrome di Stendhal si verifica quando la congiunzione di questi tre elementi diventa  destabilizzante fino rompere l’equilibrio della persona.

In riferimento a questo disturbo, si parla anche di “turismo dell’anima”, termine affascinante che, estrapolato dal contesto specifico, forse si dovrebbe usare più frequentemente nell’arco della vita, in quanto in senso lato denota la voglia di viaggiare, ma al contempo racchiude un atteggiamento volto alla scoperta di sé.