Il lutto è un’esperienza che ognuno vive a modo proprio

 In tanti dei miei post ho nominato l’esperienza del lutto riferito spesso alla chiusura di una relazione. Esso può essere attribuito anche ad altri tipi di perdite: quella del proprio ruolo sociale, un fallimento personale o professionale, un allontanamento dai propri luoghi familiari. Mai prima d’ora ne ho parlato come fenomeno doloroso da affrontare in seguito alla morte di un caro. Argomento non leggero, ma purtroppo diffuso per la maggior parte delle persone.

Quando si è costretti ad affrontare una perdita dovuta alla morte di una persona cara, quello che colpisce sono sicuramente il senso di impotenza e la percezione di non riuscire ad affrontare un evento del genere. Il primo dovuto al fatto che si sarebbe voluto fare o dire qualcosa in più rispetto alla persona perduta e il secondo perché il pensiero di immaginare la propria vita senza la presenza dell’altro porta ad un forte vissuto di svuotamento. In linea di massima oserei dire che queste sono le sensazioni preponderanti.

Molto dipende da chi si è perso e in quale modo. La perdita di una persona giovane può influire diversamente rispetto a quella di un anziano che ha comunque vissuto serenamente i suoi anni.

Non si perde qualcuno che si ama senza passare attraverso il vissuto del dolore. Allo stesso tempo, se si riesce a dare un senso alla propria vita, l’esperienza luttuosa può esserne integrata e nonostante la sofferenza, si può imparare a convivere con essa. Un’esperienza tale aiuta a non fermarsi o a non annullarsi in funzione del ricordo del defunto e del dolore per la sua perdita.

Superare un lutto può essere un’esperienza di vita parecchio complicata alla quale a volte si accompagnano delle sindromi depressive. Non bisogna però confondere la depressione vera e propria con i comportamenti messi in atto per affrontare il lutto.

Non esiste una ricetta assoluta per vivere il dolore, esistono degli strumenti in ciascuno di noi che aiutano in questa difficile impresa.

C’è chi lo affronta più velocemente degli altri, chi passa il tempo di fronte alla tomba o alle fotografie del defunto, chi ne parla con gli altri, chi lo fa in solitudine. Chi invece matura e da un nuovo senso alla propria esistenza vivendo nel miglior modo possibile, chi decide di fermarsi e non concedersi più esperienze nuove – spesso guidato dal senso di colpa per essere vivo o perché condizionato dal giudizio altrui - quasi come se l’aver subito una perdita portasse alla mancanza del diritto di poter sorridere ancora.

Il comune denominatore tra i vari modi di reagire sono sempre il dolore e la nostalgia nei confronti di chi è andato via.

Molti studiosi parlano di diverse fasi dell’elaborazione del lutto. Sicuramente queste vengono affrontate in modo soggettivo da ognuno di noi e alcune sono intercambiabili. Si passa attraverso lo schock per la perdita, la disperazione, la rabbia, il senso di colpa, la disorganizzazione della quotidianità, l’evitamento del dolore, l’invidia verso coloro che possono continuare a vivere serenamente, l’ossessione per i ricordi. Fino a che si dovrebbe giungere all’accettazione della morte dell’altro e alla riorganizzazione della propria vita senza esso.

Accade pure di idealizzare la figura del defunto: forse è un modo per tenere un legame più forte e positivo nei suoi confronti. Potrebbe essere un’arma a doppio taglio in quanto il processo di idealizzazione sarebbe in grado influire sulla non accettazione della morte.

Una cosa che capita spesso è che la sofferenza si manifesta anche fisicamente, ad esempio attraverso il respiro corto o con un dolore continuo al petto, proprio in corrispondenza del cuore. Questo può attenuarsi con il tempo, ma ogni tanto ricompare, quasi a ricordare la concretezza dell’esperienza luttuosa.

Il dolore può attenuarsi col tempo e in base alla voglia e alla capacità di reagire dell’interessato. Ognuno lo fa a modo proprio.

Mi viene da aggiungere inoltre che chi si dimostra più forte non è perché soffre meno degli altri. Ma di questo potremmo parlarne in futuro.