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Sei vittima di mobbing sul posto di lavoro? Come riconoscerlo e cosa fare per liberarsene

Quando l’ambiente di lavoro diventa un luogo invivibile occorre agire per tutelare la propria salute psicologica e fisica. Ci sono molti punti Asl e associazioni specializzate che possono aiutare le vittime

Sei vittima di mobbing sul posto di lavoro? Come riconoscerlo e cosa fare per liberarsene

Ogni anno in Italia più di un milione di lavoratori è vittima di mobbing, una forma di terrore psicologico che viene esercitato sul posto di lavoro attraverso attacchi ripetuti da parte dei colleghi o dei datori di lavoro. Si può declinare in varie forme che vanno dall’emarginazione alla diffusione di pettegolezzi, dalle continue critiche alla sistematica persecuzione, dall'assegnazione di mansioni dequalificanti al danneggiamento dell'immagine sociale nei confronti di clienti e superiori, mentre nei casi più gravi si può arrivare anche al sabotaggio del lavoro. È importante non convincersi che il tempo sistemerà la situazione, bisogna agire subito rivolgendosi agli enti di supporto specializzati in mobbing e a un legale del lavoro per una consulenza specifica.

Cosa è il mobbing

Il mobbing è un fenomeno che può manifestarsi in qualunque posto di lavoro, sia pubblico sia privato, da parte di colleghi o di superiori creando terrore psicologico e impedendo alla vittima di svolgere le proprie attività serenamente. La parola deriva dal verbo inglese “to mob” vuol dire aggredire, proprio per indicare un atto di violenza psicologica nei confronti di un lavoratore per costringerlo alle dimissioni o per provocarne il licenziamento. In Italia, la tematica è stata introdotta da Harald Ege, psicologo e specialista in relazioni industriali del lavoro che arriva a definire il mobbing come una vera e propria guerra su posto di lavoro. Ciò a causa dei comportamenti ostili e aggressivi dell’aggressore (mobber), delle ingegnose strategie di attacco, della ricerca di alleanze influenti. Di contro la vittima, tenta tattiche difensive e subisce perdite. Inoltre ci sono gli spettatori del mobbing, a volte estranei al conflitto, a volte neutrali e a volte spie.

Come riconoscere il mobbing

Questa problematica non va sminuita, ma nemmeno accentuata confondendola con una generica forma di disagio o di conflitto o di controversie nell’ambiente del lavoro.  Si parla di mobbing se la frequenza degli attacchi e dei comportamenti ostili avviene almeno due volte al mese, se c’è un ripetersi sistematico e continuato delle azioni conflittuali e se queste ultime si protraggono per almeno sei mesi mese (o tre mesi nel caso in cui la frequenza degli attacchi sia quotidiana). Lo scopo è di isolare la vittima sul posto di lavoro per allontanarla definitivamente o comunque impedirle di esercitare un ruolo attivo sul lavoro.
Non sono regole, ma indicazioni perché ogni caso è a sé stante: il minimo comun denominatore comunque è lo stesso, ossia la vittima è in una posizione di inferiorità rispetto agli aggressori. “Le ricerche hanno dimostrato che le cause del terrore psicologico sul posto di lavoro vanno ben oltre i fattori caratteriali: si fa Mobbing su una persona perché ci si sente surclassati ingiustamente o per gelosia, ma anche per costringerla a licenziarsi senza che si crei un caso sindacale. Esistono vere e proprie strategie aziendali messe in atto a questo scopo”, si legge su PRIMA, la prima associazione italiana contro mobbing e stress psico‐sociale.

Conseguenze

Le conseguenze del mobbing investono in toto la vittima, a iniziare dai problemi di salute tra cui spiccano nervosismo, difficoltà respiratorie, problemi nell’espressione, disturbi digestivi, disturbi della sfera del sonno, disturbi alle funzioni intellettuali, difficoltà di memoria e di concentrazione, ma anche problemi nei contatti sociali, difficoltà di reinserimento all’interno della società, facoltà comunicative disturbate e molte volte compare il “disturbo post‐traumatico da stress”. Poi ci sono i danni finanziari considerando che il mobbizzato si sottopone a visite mediche ripetute per trovare la causa del malessere e chi si licenzia perde l’entrata mensile dello stipendio. Infine ci sono i danni relazionali: la vittima subisce, consistenti nel crollo della propria immagine sociale e nella perdita di colleghi, amici, collaboratori o partner che non tollerano più il suo umore depressivo.
“Il mobbing ha conseguenze di portata enorme - sottolineano da PRIMA - causa problemi psichici alla vittima, che accusa disturbi psicosomatici e depressione, ma anche danneggia sensibilmente l'azienda stessa, che nota un calo significativo della produttività nei reparti in cui qualcuno è mobbizzato dai colleghi.
Le ricerche condotte all'estero hanno dimostrato che il mobbing può portare fino all'invalidità psicologica, e che quindi si può parlare anche di malattie professionali o di infortuni sul lavoro.
In Svezia un'indagine statistica ha dimostrato che tra il 10 e il 20% del totale dei suicidi in un anno hanno avuto come causa scatenante fenomeni di Mobbing. In Svezia e in Germania centinaia di migliaia di vittime di Mobbing sono finite in pre-pensionamento o addirittura in clinica psichiatrica”.

Cosa fare in concreto

Quando ci si rende conto di essere vittima di mobbing occorre rivolgersi a specialisti del settore. Sul territorio nazionale ci sono presidi, associazioni e avvocati esperti della materia. Tra gli sportelli e i centri pubblici: nel Lazio c’è il centro clinico per il mobbing e il disaggio occupazionale dell’Asl RM/E, centro di prevenzione dell’Asl RM/C, Azienda ospedaliera Sant’Andrea, Azienda Sanitaria RM/D, Policlinico Gemelli e centro antimobbing della Regione Lazio; in Abruzzo lo sportello mobbing dell’Asl di Pescara; in Campania il centro di riferimento regionale per il mobbing e il disadattamento lavorativo, distretto 44, Asl NA1; in Emilia Romagna l’ambulatorio del disagio occupazionale di Bologna; in Lombardia la clinica del lavoro Luigi Devoto dell’Università degli Studi di Milano; in Puglia il dipartimento prevenzione, diagnosi e cura di malattie dello stress e del disadattamento lavorativo dell’Asl di Foggia e il dipartimento di salute mentale dell’Asl di Taranto; in Sicilia il dipartimento di medicina sociale del territorio (sezione medicina del lavoro) del Policlinico di Messina; in Toscana l’azienda ospedaliera universitaria di Pisa; in Umbria il dipartimento di prevenzione Asl/4 di Terni; in Veneto il centro per l’analisi dei rischi e delle patologie lavorative del Policlinico G.B. Rossi di Verona.
Tra le associazioni ci sono: MIMA mobbing, l’Osservatorio nazionale mobbing-bossing, Prima, il Ciam - centro italiano anti mobbing, solo per citarci alcune.