Lo scandalo della 38

Lo scandalo della 38

Abbiamo assistito in questi giorni a vari scontri riguardo la copertina di Marie Claire di novembre, la cui protagonista è la giovane modella Marthe Wiggers dalla taglia ‘38, che vengono ben riassunti nell’articolo della giornalista Cinzia Marongiu “Quella copertina che indigna: "Una sana taglia 38" o "Estetica della morte"? che vi consiglio di leggere sul portale di Tiscali.

Dalla scrittrice Michela Murgia che ha aperto le danze, fino all’Unità, ognuno con toni più o meno accesi, ha espresso il proprio punto di vista, diviso tra due principali filoni: quello appunto della “sana taglia 38” e quello dell’ “estetica della morte”.

Una taglia 38 non può costituire sempre uno scandalo, a meno che non rappresenti un target da raggiungere a tutti i costi attraverso duri regimi dietetici, spesso pericolosi ed estremi, non di rado accompagnati da assunzione di farmaci auto prescritti, abusi di sostanze di dubbia origine e di alcol.   E poco cambia se a spingere verso un tale obiettivo sia un disagio psicologico o l’”esigenza” di un  datore di lavoro. Faccio questo esempio perché proprio negli scorsi giorni è esploso un caso del genere, quello della modella inglese Charli Howard che ha “gentilmente” rifiutato la richiesta della sua agenzia di dimagrire ulteriormente per poter lavorare.

Tornando alla copertina della discordia, metterei l’accento sul tipo di messaggio che ne deriva, che non mi pare sia quello di una donna sana e felice.

Guardando la foto in questione ciò che si percepisce è che la bellezza coincida con la fragilità. Immagino quindi tante donne, modelle comprese, che cercano di imitare quello stile anche incastrandosi in dinamiche malsane e pericolose, che per dimagrire sono disposte a tutto, che cercano un controllo ossessivo del loro peso a discapito del benessere personale.

D’altro canto, mi piace pensare che il rovescio della medaglia sia che un‘immagine così forte possa essere interpretata non come un’icona degna di essere imitata, quanto di uno stereotipo da cui rifuggire. Palesi sono l’espressione del volto caratterizzato da uno sguardo perso nel vuoto, la postura molle quasi stanca, le mani coperte dalle maniche della maglia quasi a difesa dall’ambiente circostante, il trucco e il gioco d’ombre che esaltano ancor di più i tratti scavati del volto, in sostanza una fragilità povera di qualsiasi nota emotiva positiva.

Il quesito che mi viene in mente si chiede chi venga attratto dalla foto e chi se ne distanzia.

Sicuramente possiamo prendere ad esempio la fascia delle adolescenti, già di per sé particolarmente sensibile e fragile, che potrebbe essere a rischio per esserne attratta e per adottare dei comportamenti di imitazione.

Gli adolescenti sono particolarmente sensibili alle pubblicità e alle tendenze lanciate dalla moda del momento, soprattutto se trasmesse dai loro idoli, che hanno il potere di far sognare e di influenzare certe scelte. Se consideriamo poi che la modella della copertina è essa stessa  un’adolescente, di sicuro non ci vuole tanto per “agganciare” l’interesse della categoria.

Come ogni classe a rischio, anche l’adolescenza ha il diritto di essere difesa. Questo non vuol dire che dobbiamo rinchiuderla sotto una campana di vetro per evitare qualsiasi messaggio distorto. Intendo come difesa il fornirle gli strumenti giusti per sviluppare una sana capacità critica, così da riuscire a prendere in modo positivo, maturo e costruttivo tutto ciò che l’ambiente esterno le propone, attraverso ad esempio la prevenzione dei disturbi alimentari, degli abusi di sostanze, la discussione sui messaggi a cui quotidianamente sono soggetti, l’educazione riguardo al benessere psicofisico e sociale.

Gli adolescenti sono solo parte, seppure importante, delle persone che possono essere influenzate dalla foto in questione, ma ci sarebbe ancora tanto da scrivere.

Intanto gli autori del magazine sono riusciti a far parlare del loro prodotto e ad avere anche solo grazie a questo parecchio successo.

Come scrisse Oscar Wilde (1980): “Nel bene e nel male l'importante è che se ne parli”, e proprio in questo caso non si può dire altrimenti.