Vuoi smettere di fumare? Se leggi questo articolo puoi riuscire a dire addio alla sigaretta

La migliore strategia psicologica per fuggire dalla schiavitù del fumo: per riuscire a smettere bisogna pensare in termini di ore e frazionare gli obiettivi in modo chiaro e misurabile

Vuoi smettere di fumare Se leggi questo articolo puoi riuscire a dire addio alla sigaretta

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Il 15 febbraio scorso il costo di un pacchetto di sigarette in Italia è salito di 20 centesimi a pacchetto. Un aumento significativo per i fumatori che potrebbe rafforzare la motivazione a spezzare le catene della nicotina per proteggere il portafoglio e recuperare la salute. Nonostante l’impegno ultra ventennale in campagne antifumo e azioni socio-educative ad ampio raggio, in Italia la dipendenza da tabacco interessa un cittadino su quattro, colpisce sempre più adolescenti e minorenni ed è aumentata del 2% in corrispondenza della pandemia da Covid (+ 800 mila fumatori dal 2019).

Una sigaretta per calmarsi, un’altra per concentrarsi, un’altra ancora per socializzare o per festeggiare. Una perché ci si sente soli, una per ostentare sicurezza, una dopo l’amore, una prima dell’esame. Tutto in una serie praticamente infinita.

Come succede in ogni dipendenza da sostanze e non, ci si convince che il bastoncino puzzolente e mortifero sia in realtà una bacchetta magica per ogni occasione. Così chi fuma, oltre alla dipendenza fisica, sviluppa una dipendenza psicologica che impedisce per anni e a volte per sempre, come un ergastolo, di smettere di fumare.

Schiavi del fumo

Uno degli inganni che ci rende schiavi del fumo è contenuto nell’idea errata che si possa fumare una singola sigaretta e limitarsi a quella. Come sostiene Allen Carr, autore del libro anti-fumo più venduto del mondo, una sola sigaretta non esiste. Se ne guardi una attentamente puoi accorgerti che contiene un multiplo indefinibile di sé come fosse un oggetto stregato e che ti rovinerà la vita.

La consunzione psicologica da fumo

Nella giornata mondiale contro il tabacco (il 31 maggio) ogni anno si parla delle morti che causa. Le morti per fumo sono 6 milioni all’anno circa, quante le vittime dell’Olocausto, ma tutti gli anni a causa della nicotina. 

Ma il fumo non produce solo malattia e morte. Fumare produce un danno ancora più enorme e drammatico alla persona che sopravvivono nella compulsione della sigaretta: la consunzione psicologica. Da un punto di vista clinico il fumatore è un malato cronico che si sveglia la mattina già stanco e di malumore, che è costretto a interrompere di continuo il flusso delle proprie azioni e dei propri pensieri per accendere una cilindretto fetido da cui inalare i fumi venefici. 

Chi fuma ha sempre un problema in più di chi non lo fa, è più infelice e più irritabile, è più fragile e rischia di continuo la crisi di nervi se non ha abbastanza sigarette o non ne ha affatto, se si può fumare o meno nel luogo in cui si trova, se gli altri disapprovano la sua  “abitudine” e così via. Fumare può alterare l’umore e peggiorare la regolazione delle emozioni rendendoci pericolosamente instabili, soprattutto nelle situazioni stressanti. Questa forma di consunzione psicologica si produce con gradualità impercettibile ma inarrestabile e può trasformare un’esistenza normale in una schiavitù silenziosa.

Smettere è come salire una scala

Chiunque abbia provato a smettere di fumare o abbia smesso e poi ripreso conosce a proprie spese gli ingranaggi della trappola: più ci si illude  di fare “solo un tiro” e più si scivola nel gorgo di migliaia di sigarette, una dietro l’altra, ciascuna meno soddisfacente della precedente eppure necessaria a placare la dipendenza fisica e la frustrazione che ne deriva. Quindi il primo requisito per salvarsi è farsi davvero pena: riconoscere quanto sia ridicolo e pazzesco il giogo della nicotina e quanto siamo fuori controllo. Il secondo requisito è sapere che probabilmente un solo tentativo fallirà. In realtà, ogni tentativo non riuscito rappresenta un gradino superato sulla scala della liberazione definitiva. 

A furia di sperimentare l’odioso e perverso ricatto del fumo, individueremo quei comportamenti che ci tengono incollati alla sigaretta e li tranceremo per sempre con decisione e con soddisfazione. Una di queste condotte  è indubbiamente l’illusione di controllare l’assunzione di una droga potente e letale come la nicotina: è impossibile farlo senza sottoporsi al continue e fastidiose privazione.

Quando la dipendenza è davvero patologica come nel caso del fumo (ma non solo) non esiste un continuum di utilizzo: o si assume la sostanza o non la si assume. Punto e basta. Al di fuori di questo, chi si promette di fumare meno o di ridurre il fumo sino a smettere dovrebbe denunciare per truffa il proprio cervello.

Come riuscire a smettere

Per riuscire a smettere bisogna pensare in termini di ore e frazionare gli obiettivi in modo chiaro e misurabile. Un primo obiettivo può essere smettere per 4 ore e concentrarsi su che cosa succede sul piano fisico e psichico se non inspiriamo più nicotina al ritmo abituale: basta questo per riconoscere con chiarezza quanto siamo dipendenti. Ma la prova del 9 è proporsi di smettere per tre giorni. Dopo tre giorni il corpo ha smaltito quasi interamente la nicotina e il tasso di dipendenza fisica è molto ridotto. Perciò si sperimenta una vera e propria rinascita energetica che dimostra quanto le sigarette debilitino e dissipino la vitalità. A quel punto il gioco è quasi fatto: basta semplicemente continuare a non fumare per un mese e si è salvi, a condizione di aver capito con chiarezza che non ci si sta privando di nulla e che una sola sigaretta vuol dire anni e anni di sigarette, di alito pesante, di puzza, di malumore, di file ai tabacchini, di spreco di denaro e così via.

Tre elastici al polso

Quando avrai deciso di smettere, procurati tre elastici di colore diverso, semplici elastici da ufficio abbastanza larghi da essere comodamente indossati al polso destro. Ognuno rappresenta “un giorno senza fumare” e potrai liberartene solo in sequenza, di 24 ore in 24 ore. Quando leverai il terzo elastico sarai finalmente libero di scegliere di non fumare e di riprenderti la tua vita. Ma già sfilando il primo, 24 ore senza fumare, avrai chiarissimo che il tuo corpo sta meglio e che la voglia di continuare a intossicarti è in realtà un obbligo dettato dalla nicotina ai tuoi circuiti cerebrali che ne sono diventati schiavi molto rapidamente.

Qualcuno potrebbe osservare: ”Ma è ridicolo, come posso andare in giro con tre elastici al polso?”. Non è meno ridicolo che ciucciare fumo maleodorante e disgustoso da un cilindro di carta saturo di tabacco. E comunque, gli elastici possono ricordare con esattezza l’impegno che hai preso con te stesso per incominciare a salire la scala che ti libera dall’abisso del fumo: tre giorni senza fumare.

Una dipendenza somatosensoriale

Ricercatori americani e europei hanno recentemente scoperto che, oltre alla dipendenza legata all’assunzione di nicotina, la grande resistenza a guarire della malattia da tabacco sia da ricercare in un complesso di associazioni cerebrali rinforzate dalla ritualità implicata nel fumare. Prendere la sigarette, sfilarla dal pacchetto, metterla in bocca, far scattare l’accendino sono comportamenti che si collegano l’uno all’altro rigidamente e rinforzano i sintomi d’astinenza e la dipendenza a livello neuronale. Così il compiere o verder compiere determinati gesti legati al consumo di sigarette può indurre in chi cerca di smettere un forte desiderio di fumare dovuto all’attivazione di aree del cervello visive e motorie che nulla hanno a che vedere con la nicotina. Ciò spiega come mai l’assunzione di surrogati a base di nicotina non funzioni che in minima parte: stimoli motori e visivi disseminati nell’ambiente possono scatenare sintomi di astinenza nel fumatore compensato chimicamente con la nicotina perché i meccanismi che alimentano e mantengono la malattia sono più complessi e più “globali” di quanto per anni si è creduto fossero.

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