Vestiti, attenzione a non mettere nell’armadio quelli tossici

L’industria tessile vanta il triste primato di essere seconda più inquinante al mondo: ricorre a oltre 2000 sostanze chimiche, molte delle quali tossiche per l’ambiente e per la salute.  

Vestiti, attenzione a non mettere nell’armadio quelli tossici

I capi che indossiamo possono essere pericolosi per la nostra salute. Spesso i tessuti e le tinte sono zuppi di sostanze di sintesi chimica dannose per l’uomo e per l’ecosistema. L’assurdità è che noi compriamo vestiti, contenti di portare a casa qualcosa di bello, l’armadio diventa un concentrato di inquinamento. La problematica riguarda tutto il mondo, tanto che Greenpeace, associazione ambientalista, novi anni fa ha lanciato la campagna Detox, per chiedere ai grandi marchi del settore di eliminare le sostanze chimiche pericolose dalle loro filiere produttive. Qualcosa è migliorato, ma molto resta da fare.

Le sostanze nocive

Sono centinaia le sostanze nocive che possono esserci sui tessuti di abbigliamento e di biancheria per la casa, è impossibile elencarle tutte. Tra le più diffuse spicca la formaldeide, efficace per fissare le colorazioni, ma irritante per le mucose e tra le cause di dermatiti da contatto. È solubile in acqua, quindi i lavaggi ne riducono la concentrazione fino alla scomparsa, di contro lavaggio dopo lavaggio si contribuisce all’inquinamento delle acque reflue.

Altrettanto diffusi sono gli ftalati, presenti soprattutto nei capi colorati e decorati con stampe e scritte plastificate, pericolosi perché migrano dalla plastica alla pelle e sospettati di agire come interferenti endocrini, cioè creare scompensi ormonali in adulti e bambini. Se sulle stampe, a seguito dei lavaggi, iniziano a comparire delle screpolature vuol dire che la concentrazione di ftalati è bassa, invece se restano inalterate ne contengono molti.

All’appello delle sostanze da cui stare alla larga, ci sono i metalli pesanti, come Cadmio, Piombo, Mercurio, Cromo VI, utilizzati in alcuni coloranti e pigmenti. Quando si accumulano nell’organismo sono tossici. In particolare, il cromo VI (esavalente), utilizzato in alcuni processi tessili e conciari dell’industria calzaturiera, è fortemente tossico anche per molti organismi acquatici. Non a caso l’Unione Europea ha vietato la vendita di scarpe e pelletteria con oltre 3 mg/kg del metallo, ma il problema rimane per i capi prodotti al di fuori del territorio europeo.

Cosa sta facendo l’industria della moda

Nove anni fa Greenpeace è scesa in campo lanciando la campagna Detox, chiedendo ai grandi marchi del settore di eliminare le sostanze chimiche pericolose dalle loro filiere produttive entro il 2020. Nell’ultimo report di Greenpeace Germania (Destination Zero: seven years of Detoxing the clothing industry) vengono evidenziati i progressi delle ottanta aziende, tra cui case dell’alta moda, dell’abbigliamento sportivo e numerose aziende tessili, che rappresentano il quindici per cento della produzione mondiale dell’abbigliamento in termini di fatturato.
Delle ottanta aziende impegnate in Detox circa sessanta sono italiane. Tra queste sono presenti sia gradi marchi (Valentino, Miroglio e Benetton) sia numerose realtà tessili più piccole.

C’è stato un cambio di direzione perché sono state eliminate varie sostanze chimiche pericolose per l’uomo e per il pianeta. Le aziende hanno iniziato ad assumersi le proprie responsabilità sull’intero processo produttivo e non solo sul prodotto finito.
Il primo passo è stato individuare una lista prioritaria di sostanze chimiche da eliminare dai processi produttivi, finora utilizzate per produrre i più comuni capi di abbigliamento, a cui si aggiunge la trasparenza e la tracciabilità delle filiere. Oggi le aziende impegnate in Detox pubblicano le emissioni di sostanze chimiche pericolose nell’ambiente sia dei propri fornitori che dei subfornitori. Tra gli altri traguardi raggiunti dalla campagna spicca l’eliminazione dei PFC (composti poli- e per-fluorurati), utilizzati comunemente nei trattamenti idrorepellenti e antimacchia, da parte del settantadue per cento dei marchi impegnati in Detox.

Cosa possiamo fare come consumatori

Non ci può essere moda sostenibile senza la consapevolezza e la responsabilità del consumatore. Bisogna comprare ciò che effettivamente serve e non lasciarsi sedurre dall’idea di un guardaroba da rifornire quotidianamente.
E' bene preferire l’abbigliamento dei marchi già impegnati nel processo di eliminazione delle sostanze tossiche, ad esempio di può consultare il report Detox di Greenpeace e il Fashion Transparency Index 2020, l’indice di trasparenza dei brand di moda redatto da Fashion Revolution, il movimento globale che chiede all’industria della moda di diventare un settore più etico e sostenibile.
Aiuta optare per produzioni “made in” Italia o Europa, perché soggetti a rigidi controlli. Tuttavia è bene sottolineare che il “made in” può includere anche i prodotti confezionati in un Paese europeo, ma con tessuti importanti da Paesi extraeuropei, senza obbligo di menzione.
Meglio preferire marchi di qualità, che spesso sono certificati da marchi di garanzia, come Ecolabel, Oeko-tex®, Tessile biologico e Global organic textile standard.
Per i capi di biancheria intima, sono da indossare quelli in tessuti naturali, come il cotone, il bambù o la seta, e di tonalità bianca o di colore chiaro perché i colori scuri, a causa del sudore, possono trasmigrare sulla pelle più facilmente.
Qualunque capo si acquisti va sempre lavato prima di indossarlo, per ridurre il contatto con eventuali sostanze di sintesi chimica.

Esempi virtuosi

Tra le aziende virtuose c’è United Colors of Benetton. Per il secondo anno consecutivo, nel report di Fashion Transparency Index si attesta tra e retailer di abbigliamento che si impegna maggiormente a divulgare informazioni credibili sulla propria catena di fornitura e sul proprio impatto sociale e ambientale. L’azienda ha uno score complessivo del 55%: il punteggio è il più alto tra i brand italiani e tra i migliori dieci a livello globale. Tra le categorie analizzate dall’indice, la tracciabilità è quella in cui United Colors of Benetton eccelle con uno score del 73%; si tratta del quarto miglior risultato tra i 200 marchi analizzati su scala mondiale, che premia l’impegno che l’azienda sta mettendo nel mappare la sua catena di fornitura.

Dal 2017 Benetton Group è membro di BCI (Better Cotton Initiative), il più grande programma al mondo dedicato alla sostenibilità del cotone. Quest’ultimo è lavorato e raccolto da coltivatori formati per minimizzare l’uso di fertilizzanti e pesticidi, usare l’acqua e il suolo in modo sostenibile e attenersi a principi di equità nei rapporti di lavoro.
Per quanto riguarda le piume, si usano quelle con certificazione Responsible Down Standard (RDS), che derivano da oche e anatre allevate a scopo alimentare, nel rispetto dei principi e dei criteri del benessere animale.
La sostenibilità riguarda anche i fornitori: Benetton Group collabora con centinaia di fornitori in tutto il mondo, che sono scelti sia in base a criteri di qualità e competitività sia di rispetto dei principi sociali, etici e ambientali. Devono aderire al codice di condotta aziendale, fondato sul rispetto dei diritti umani e sulla salvaguardia dell’ambiente, e sottoporsi a controlli periodici e non annunciati di società di audit esterne, riconosciute a livello internazionale.
Infine, non è trascurato l’aspetto logistico. Nell’ultimo anno dove possibile è stato sostituito il trasporto via aerea con quello via rotaia e via gomma, a basso impatto inquinante, risparmiando il 90% di emissioni di CO2 nei capi importati dalla Cina, oltre ad aver eliminato dalla strada un camion su cinque necessari per trasportare la merce Benetton in Italia ed Europa. Il confezionamento segue la stessa filosofia green: in negozio l’acquisto è messo in una shopper di carta eco-friendly, lavorata usando inchiostri a base acquosa e proveniente da una cartiera certificata FSC (Forest Stewardship Council), mentre sono al vaglio soluzioni alternative al packaging in plastica in cui vengono riposti i capi lungo la catena di produzione e in previsione c’è di implementare l’utilizzo di buste autosigillanti biodegradabili per la spedizione degli acquisti online.