Piove plastica, la scoperta shock degli scienziati: situazione ormai fuori controllo

Quando si pensa all’acqua più pura l’immaginario comune è quello della sorgente che sgorga dalle montagne o della pioggia… ma non è così

Piove plastica, la scoperta shock degli scienziati: situazione ormai fuori controllo
di R.Z.

L'acqua piovana, che nasce dall’evaporazione continua delle acque di mari, laghi e fiumi, dovrebbe essere pura quanto quella distillata. Al suo interno, così ci venne insegnato a scuola, si trova soltanto idrogeno e ossigeno. A seconda delle zone in cui precipita, poi, si possono avere delle micro contaminazione di gas, nitrati e nitriti, cloruri e diversi altri Sali. Niente di preoccupante però… o così ci è sempre stato detto. Uno studio condotto da un team di ricercatori guidato da Gregory Weatherbee, chimico dello United States Geological Survey (Usgs), lancia però un allarme. Nella pioggia si trovano grandi quantità di particelle di plastica. Weatherbee, cha ha confessato di aver fatto la scoperta per puro caso, si è imbattuto nel pericoloso materiale osservando al microscopio dei campioni d’acqua piovana raccolta sulle Montagne Rocciose. Nel liquido, che sarebbe dovuto esser assolutamente puro, c’erano fibre colorate che apparivano quasi come un arcobaleno. Lo scienziato, che intendeva studiare gli effetti causati dall’inquinamento d’azoto, non credeva ai propri occhi. La plastica, inventata 70 anni fa e ancora - forse oggi un po’ meno - amata per i suoi molteplici impieghi, ha invaso ogni angolo del pianeta, dai mari alle montagne, dai poli all’equatore e, a questo punto, anche l’apparentemente incontaminata atmosfera.

Il dato, che preoccupa, in realtà non sorprende. Nel mondo, ogni anno, vengono prodotte 330 milioni di tonnellate di plastica. Di questa, rivela uno studio i cui risultati sono stati pubblicati sulle pagine della rivista Science Advance, soltanto il 9 per cento viene riciclata. Un altro 12 per cento viene bruciato negli inceneritori mentre, il restante 79 per cento finisce in discariche o, peggio ancora, viene abbandonata nell’ambiente. Le quantità di plastica rinvenute, pur considerando le immense isole galleggianti che le correnti marine vanno a costituire in alcune specifiche aree oceaniche, rappresentano soltanto l’1 per cento di quella dispersa. E il resto del materiale non riciclato dov’è finito? Ora, lo studio di Weatherbee, sembra fornire una risposta plausibile al quesito… La plastica, una volta degradata e ridotta in frammenti sempre più piccoli (microplastiche), viene trasportata dal vento nelle regioni più remote della Terra, finendo inevitabilmente nella catena alimentare. Le microplastiche, che hanno dimensioni inferiori ai 5 millimetri, a loro volta possono frammentarsi e diventare nanoplastiche, invisibili all’occhio umano. Queste rilasciano nell’ambiente dei composti chimici tossici quali ftalati e perfluorurati.

E il conto lo pagherà l'uomo

Le conseguenze per la salute umana sono incalcolabili, e su tale aspetto sono stati condotti degli esperimenti che lasciano ben poco spazio all’ottimismo. “Abbiamo alimentato due batterie di spigole con mangimi differenti: uno convenzionale e l'altro con aggiunta di microplastiche”, ha raccontato Alberta Mandich, endocrinologa ambientale del Dipartimento di scienze della terra di UniGe. E il risultato ci fa intuire quali possano esser le conseguenze anche per la specie umana. Nel primo caso la percentuale di mortalità è rimasta ferma intorno al 3 per cento; nel secondo è schizzata al 63 per cento. Infertilità, intersessualità, indebolimento delle barriere protettive dell'organismo sono effetti degli inquinanti che interferiscono con il sistema di produzione ormonale.

Le conclusioni

Ora è chiaro che si deve intervenire con la massima urgenza, e lo si deve fare con azioni globali. L’inquinamento da materie “plastiche” ha toccato ogni angolo del nostro mondo. Gli oceani, i fiumi, le rocce e ora anche la pioggia e dunque l’aria che respiriamo. La plastica è dentro di noi, e tra gli esperti aleggia il timore che respirare o ingerire microplastiche possa aprire le porte a batteri e sostanze tossiche. Ai frammenti di plastica, infatti, si possono legare una moltitudine di microbi, alcuni metalli pesanti e persino diversi composti sintetici pericolosi. Pensare di aggirare l’ostacolo avviando una semplice riduzione della produzione è da incoscienti. L’unica soluzione è l’eliminazione immediata - e definitiva - della plastica monouso. Un impegno che devono assumersi tutte le parti in gioco: i legislatori, i governi, le major, i piccoli e i grandi produttori, fino ad ogni singolo abitante della Terra.

Riferimenti